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Danimarca, il governo valuta il divieto della chiamata alla preghiera islamica
Il ministro Bodskov annuncia un’indagine per rendere illegale l’Adhan: “Non deve essere ascoltato nel Paese”. È il terzo tentativo dal 2020
La Danimarca valuta un nuovo intervento per vietare la chiamata alla preghiera islamica, l’Adhan. A rilanciare il tema è stato il ministro dell’Immigrazione Morten Bodskov, che ha annunciato l’avvio di un’indagine governativa per verificare la possibilità di rendere illegale la pratica.
Secondo il ministro, la diffusione della chiamata alla preghiera in alcune aree del Paese rischierebbe di alterare l’identità culturale danese. “La chiamata alla preghiera non deve essere sentita sui tetti danesi. Non deve avere posto in Danimarca. Non ci devono essere dubbi che siamo in Danimarca”, ha dichiarato, come riportato dall’agenzia Ritzau.
Bodskov ha inoltre sostenuto che il fenomeno contribuirebbe a rendere alcune zone simili a “un sobborgo di Islamabad”, indicando la pratica come espressione di una crescente “islamizzazione” e di un uso eccessivo dello spazio pubblico.
Non è la prima volta che il tema viene affrontato nel Paese: si tratta infatti del terzo tentativo di limitare o vietare l’Adhan, dopo iniziative analoghe fallite nel 2020 e nel 2023. Attualmente, a Copenaghen la chiamata alla preghiera non può già essere diffusa tramite altoparlanti.
La proposta si inserisce in un contesto politico più ampio, caratterizzato da una linea particolarmente restrittiva sulle politiche migratorie. Il governo guidato dalla premier socialdemocratica Mette Frederiksen ha infatti adottato negli ultimi anni misure controverse, tra cui le cosiddette leggi sui “ghetti”.
Queste norme consentono alle autorità di intervenire nei quartieri con alta concentrazione di residenti stranieri, imponendo trasferimenti forzati e altre misure di riequilibrio demografico. Inoltre, ai richiedenti asilo può essere richiesto di contribuire ai costi di accoglienza attraverso la cessione di beni di valore.
L’eventuale divieto dell’Adhan rappresenterebbe un ulteriore passo nella strategia del governo danese in materia di integrazione e controllo dei fenomeni migratori, destinato a riaccendere il dibattito interno e internazionale sui limiti tra libertà religiosa e regolazione dello spazio pubblico.
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(con fonte AdnKronos)

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