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Omicidio braccianti Amendolara, 2 indagati si avvalgono della facoltà di non rispondere
Fermo convalidato dal gip a Castrovillari. Procura al lavoro sul movente: ipotesi caporalato o regolamento tra gruppi
Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere Safeer Ahmed e Ali Raza, i due cittadini pakistani di 31 anni indagati per l’omicidio plurimo aggravato dei quattro braccianti morti ad Amendolara, nel Cosentino. L’interrogatorio di convalida del fermo si è svolto nel carcere di Castrovillari.
Il gip del Tribunale di Castrovillari, Orvieto Matonti, si è riservato la decisione sulla convalida. I due indagati sono assistiti dagli avvocati Giovanni Brandi Cordasco Salmena e Giulia Montilli.
Le indagini, avviate immediatamente dopo i fatti, hanno portato in poche ore al fermo dei due sospettati. La Procura di Castrovillari sta ora lavorando per ricostruire il movente dell’omicidio dei quattro braccianti — tre afghani e un pakistano — uccisi in un incendio ad Amendolara.
Secondo l’impostazione degli inquirenti si tratterebbe di un episodio caratterizzato da una “brutalità inaudita”, ritenuto “premeditato” e organizzato secondo un piano definito. Tra le piste seguite figura quella legata al caporalato e a possibili contrasti tra gruppi per il controllo del lavoro nei campi, ipotesi considerata tra le principali al momento.
Nel corso di una conferenza stampa, il procuratore capo di Castrovillari Alessandro D’Alessio ha richiamato il contesto territoriale e la presenza del fenomeno dello sfruttamento lavorativo, sottolineando come in molti casi le dinamiche coinvolgano reti organizzate e rapporti di forza tra lavoratori e intermediari.
Le vittime e i due indagati risultavano regolarmente presenti sul territorio italiano, in possesso di permesso di soggiorno e senza precedenti penali.
Le indagini si sono basate anche sull’analisi delle immagini di videosorveglianza di un distributore di carburante, oltre alla testimonianza di un carabiniere della Forestale che avrebbe fermato il mezzo poco prima dei fatti.
Dai video emergerebbe la dinamica dell’azione: uno degli uomini avrebbe aperto il cofano del veicolo, mentre l’altro avrebbe impedito la fuga dei passeggeri dall’interno. Solo una delle persone a bordo sarebbe riuscita a salvarsi, riportando comunque gravi ferite.
Il superstite, Taji Mohammad Alamyar, ha successivamente denunciato quanto accaduto parlando di una “mafia pakistana” e riferendo che il gruppo sarebbe stato colpito dopo un presunto rifiuto legato al sistema dei caporali. L’uomo è ora sotto protezione.
Gli inquirenti escludono un suo coinvolgimento nell’azione contestata ai due indagati e stanno verificando l’eventuale presenza di ulteriori complici o appoggi logistici.
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(con fonte AdnKronos)
