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Un casco blu ucciso in Libano, tregua già a rischio: Hezbollah respinge l’accordo

Un casco blu ucciso in Libano, tregua già a rischio: Hezbollah respinge l’accordo

Un peacekeeper serbo dell’Onu morto nel sud del Libano, mentre proseguono gli attacchi. L’intesa per il cessate il fuoco vacilla poche ore dopo l’annuncio

La tregua tra Israele e Libano, annunciata nella notte, appare già compromessa. Nelle stesse ore in cui veniva comunicato un accordo per il cessate il fuoco, nuovi attacchi hanno colpito il sud del Libano, dove un casco blu delle Nazioni Unite ha perso la vita.

La conferma è arrivata dalla missione Unifil, che ha riferito della morte di un peacekeeper a seguito delle gravi ferite riportate nei pressi di Majayoun. Il militare, secondo quanto comunicato dal Ministero della Difesa serbo, era il sergente maggiore Milovan Jovanovic, nato nel 1989. Sarebbe stato colpito dalla caduta di un missile sulla base Onu, ricevendo inizialmente cure mediche sul posto prima del trasferimento d’urgenza in elicottero al Centro medico universitario di Beirut, dove è deceduto intorno alle 4:00 locali.

Nello stesso attacco sono rimasti feriti altri due caschi blu, attualmente ricoverati presso una struttura sanitaria all’interno della base. L’episodio si inserisce in un contesto di crescente tensione, con Unifil che ha segnalato un aumento degli attacchi nelle ultime settimane e ha annunciato l’apertura di un’indagine per chiarire le circostanze dell’accaduto.

Le Forze di difesa israeliane hanno attribuito la responsabilità dell’attacco a Hezbollah, sostenendo che l’analisi della traiettoria dei lanci indichi chiaramente la provenienza dei colpi dalla zona di Qotrani. Secondo l’Idf, diversi colpi di mortaio avrebbero colpito un avamposto Unifil nell’area di Dibbin, nel Libano meridionale.

Sul piano politico e diplomatico, la reazione è stata immediata. Il governo italiano ha espresso “ferma condanna” per l’uccisione del peacekeeper e “profondo cordoglio” per la vittima, richiamando tutte le parti al rispetto degli obblighi internazionali e alla tutela del personale delle Nazioni Unite. Analoghe posizioni sono arrivate anche da altri governi europei, mentre è stato ribadito il sostegno alla stabilità e alla sovranità del Libano.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso vicinanza al contingente Unifil e alle autorità serbe, sottolineando la necessità di garantire sempre la sicurezza dei militari impegnati nelle missioni di pace. Anche il ministero della Difesa ha ribadito la condanna dell’attacco e la solidarietà alle forze armate coinvolte.

L’escalation si inserisce in un quadro già fragile. Nella notte, Stati Uniti, Israele e Libano avevano annunciato un accordo per il cessate il fuoco, basato sulla cessazione delle ostilità da parte di Hezbollah e sul ritiro dei suoi combattenti a sud del fiume Litani. L’intesa prevedeva inoltre la creazione di zone sotto il controllo esclusivo dell’esercito libanese e nuovi colloqui a partire dal 22 giugno.

Tuttavia, Hezbollah ha respinto l’accordo, definendolo inaccettabile. Il movimento sciita ha comunicato la propria opposizione al presidente libanese Joseph Aoun, sostenendo che qualsiasi intesa debba partire dal completo ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese. Tra le condizioni indicate anche il ritorno degli sfollati, la ricostruzione delle aree colpite e il rilascio dei prigionieri.

Il segretario generale del movimento, Naim Qassem, ha definito l’accordo “una resa” e ha criticato duramente i negoziati diretti tra Israele e Libano.

Nel frattempo, mentre le dichiarazioni si susseguono, sul terreno continuano raid e scambi di colpi. La tregua annunciata resta, almeno per ora, una prospettiva lontana.

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(con fonte AdnKronos)