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Assegno di inclusione, rinnovi: assurdo, meno soldi e 45 giorni senza sostegno
Stop dopo 12 mesi all’AdI; assegno dimezzato per la cosiddetta “rata salva buco” che tale non è: 45 giorni senza un soldo e mensilità ridotte a 11 e mezzo. Le criticità di un sistema che fa acqua: ma chi ha partorito tutto ciò?
Risulta difficile persino spiegare con logica quello che sta accadendo sull’assegno di inclusione (AdI). Perché qui non siamo davanti a una semplice procedura: siamo davanti a un sistema che, nei fatti, lascia le persone senza sostegno e poi riduce anche quello che spetta.
Dopo dodici mensilità scatta lo stop. La domanda decade e può essere ripresentata solo dal mese successivo. E qui nasce il primo paradosso: perché uno dovrebbe poter fare a meno del sostegno per settimane, se è proprio in difficoltà economica?
Il vuoto, infatti, non è teorico. È reale: fino a 45 giorni senza un euro. Quarantacinque giorni. Il tempo in cui bollette, affitti e spesa continuano a correre, ma il sostegno sparisce. Molti beneficiari sostengono che appena arriva l’accredito, tante sono le spese da affrontare, in una settimana, massimo 10 giorni, la cifra è ben che esaurita. E qui non stiamo affrontando il tema del quantum messo a disposizione di chi ha necessità. Ma la logica del sistema “stop and ci vediamo fra 45 giorni”.
E allora la domanda è inevitabile: chi ha partorito una regola del genere? Si è meno poveri per un mese e mezzo? Oppure si immagina che i beneficiari vadano a mangiare a casa del legislatore nel frattempo?
Non basta. Quando il pagamento riparte, arriva il cosiddetto periodo transitorio. Ma anche qui il nome inganna: non è una tutela, è un taglio. L’assegno è dimezzato e viene considerato come prima rata del nuovo ciclo. La successiva, è vero che arriva a fine del mese dell’incasso della somma transitoria, ma è considerata la seconda. Tradotto senza giri di parole: non più 12 mensilità piene, ma 11 e una ridotta. Meno soldi. Punto. L’anno successivo si ripartirà con la stessa formula… Un modo subdolo di tagliare la spesa per lo Stato, che ti dice ti copro il buco almeno per metà, ma ti lascio in braghe di tela per 45 giorni. L’anno scorso il buco lo hanno coperto “quasi totalmente” per intero, ripartendo però come rata uno il mese del nuovo beneificio. Quest’anno invece il buco costa al cittadino la metà e risulta come prima rata… Capite il meccanismo cinico?
L’Inps prova a mettere ordine con le sue indicazioni operative, ma il sistema resta rigido, macchinoso e scollegato dalla realtà di chi vive già in condizioni fragili.
E allora resta l’ultima domanda, la più pesante: perché questo Paese continua a produrre regole burocratiche incomprensibili e penalizzanti, incapaci di affrontare il problema reale? Perché invece di semplificare si costruiscono percorsi a ostacoli, che minano la fiducia anche del più ottimista tra gli abitanti del bel paese? Giorgia, perchè? Lo chiediamo senza polemica, figlia del popolo, perchè?
Perché qui non si tratta di cavilli. Si tratta di persone che, tra una norma e l’altra, restano senza nulla.
TS
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