La Treccani approfondisce il “barbonismo domestico”: una condizione di progressivo isolamento in cui la persona vive nella propria abitazione in stato di grave trascuratezza e ritiro sociale
Il progressivo indebolimento dei legami sociali nella società contemporanea ha riportato l’attenzione su un fenomeno definito “barbonismo domestico”, descritto come una forma di isolamento in cui la persona vive nella propria abitazione in condizioni di forte ritiro dal mondo esterno e trascuratezza personale.
A delinearne i contorni è la Treccani, che dedica al tema una voce di approfondimento, evidenziando come si tratti di una condizione che può svilupparsi a seguito di eventi traumatici o di rottura, come la perdita del lavoro, delle relazioni o di punti di riferimento affettivi e sociali. Il progressivo arretramento dalla vita sociale porta, nel tempo, a una riduzione quasi totale dei contatti con l’esterno.
Nel contributo pubblicato su Treccani.it, lo psicologo giuridico e mediatore familiare Nicola Boccola descrive il “barbonismo” come un processo che tende a consolidarsi lentamente, fino a determinare una condizione di isolamento stabile. A differenza di altri fenomeni come l’hikikomori, riguarda soprattutto l’età adulta e si riscontra con frequenza tra anziani o pensionati che, nel tempo, smettono di ricevere visite e di occuparsi della cura di sé e dell’ambiente domestico.
Secondo l’analisi riportata, il fenomeno può attraversare diversi contesti sociali e livelli di istruzione. In alcuni casi si manifesta attraverso l’accumulo progressivo di oggetti, fino a situazioni di forte disordine domestico, descritte come un processo che evolve gradualmente e spesso senza una percezione immediata del problema da parte della persona coinvolta.
Lo studio distingue il “barbonismo domestico” da altre condizioni cliniche come la sindrome di Diogene o il disturbo da accumulo compulsivo. In questo caso, l’accumulo sarebbe legato più a una forma di inerzia e a una progressiva rinuncia alla vita sociale che a una patologia strutturata.
Nel contributo viene inoltre sottolineato come il semplice intervento di riordino degli ambienti non sia sufficiente a risolvere la condizione, che avrebbe radici più profonde. L’analisi evidenzia la necessità di un approccio relazionale, con il coinvolgimento di figure esterne in grado di intercettare il disagio.
Il tema sta attirando crescente attenzione anche a livello istituzionale: tra gli esempi citati figura un recente protocollo operativo avviato dal Comune di Bari per la gestione dei casi legati al disturbo da accumulo.
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(con fonte AdnKronos)
