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Novecento: se ne va anche Livio Berruti, leggenda dell’atletica italiana

Novecento: se ne va anche Livio Berruti, leggenda dell’atletica italiana

Aveva 87 anni. A Roma 1960 vinse i 200 metri a 21 anni, eguagliando in semifinale e finale il record mondiale. Il Coni ha disposto le bandiere a mezz’asta al Foro Italico

È morto Livio Berruti, campione olimpico dei 200 metri ai Giochi di Roma 1960. La leggenda dell’atletica italiana aveva 87 anni e lascia la moglie Silvia Balma, che aveva sposato nel 1998. I funerali si terranno in forma privata.

Berruti aveva 21 anni quando, sulla pista dell’Olimpico, conquistò uno degli ori più celebri dello sport italiano. Fu il primo europeo a vincere il titolo olimpico dei 200 metri, interrompendo la lunga supremazia dei velocisti nordamericani nella specialità.

Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, ha disposto le bandiere a mezz’asta nella sede del Foro Italico, proclamando il lutto del mondo sportivo. «Ci ha lasciato un’altra icona del nostro mondo sportivo. Nessuno di noi dimenticherà mai la sua vittoria a Roma 1960», ha dichiarato Buonfiglio, ricordando un campione che «ha fatto sognare l’Italia» e che con il suo oro olimpico «ci ha reso orgogliosi e fieri della nostra italianità».

La corsa che fece la storia

Leggero, elegante, quasi sospeso sulla pista: un metro e 80 per 66 chili, fisico filiforme, falcata ampia e una corsa apparentemente senza sforzo. L’immagine di Berruti con gli occhiali scuri e i calzini bianchi, mentre sembra galleggiare sulla pista dell’Olimpico, è rimasta una delle fotografie più riconoscibili dello sport italiano del Novecento.

Nato a Torino il 19 maggio 1939, Berruti arrivò all’atletica quasi per caso. La sua vera passione era il tennis, ma il professore di ginnastica Melchiorre Bracco, al liceo Cavour di Torino, lo convinse a partecipare alla fase provinciale dei Giochi Studenteschi. La prima gara cronometrata sui 100 metri si concluse con una vittoria in 11″4. Poco dopo il tempo scese a 11″ netti e la Fidal si accorse di quel giovane atleta, inviandolo al centro federale di Schio. A 18 anni era già in nazionale. A 19 diventò il primo italiano capace di correre i 100 metri in 10″3.

La trasformazione in specialista dei 200 metri fu però la svolta della sua carriera. La famiglia, preoccupata per la sua costituzione esile, temeva che non potesse sostenere lo sforzo della distanza doppia. Anche un medico amico del padre scrisse alla federazione chiedendo di tenerlo lontano dai 200 metri: «È troppo gracile per quello sforzo».

Peppino Russo, responsabile della velocità, non seguì quel consiglio. Nel 1959 Berruti corse in 20″7 all’Arena di Milano e poco dopo, a Duisburg, riuscì a battere nell’arco di 24 ore due dei migliori velocisti europei del momento: il tedesco Armin Hary sui 100 metri e il francese Abdou Seye sui 200.

Roma 1960, il giorno dell’oro

Il salto definitivo arrivò nel 1960. Berruti aveva già eguagliato in primavera il record europeo dei 100 metri con 10″2, ma il suo allenatore decise di concentrare il programma olimpico sui 200 metri.

Il 2 settembre vinse facilmente la batteria in 21″0, poi corse in 20″8 nei quarti. Il giorno seguente, nella seconda semifinale, si trovò accanto a tre uomini che condividevano il record mondiale dei 200 metri in 20″5: l’inglese Peter Radford e gli americani Ray Norton e Stone Johnson.

Berruti affrontò la curva alla perfezione, uscì sul rettilineo con una progressione irresistibile e chiuse in 20″5, eguagliando il record mondiale. Norton fu secondo in 20″7, Johnson terzo in 20″8.

Era diventato il favorito della finale.

Le due ore precedenti alla gara decisiva le trascorse lontano dal clamore. Prima negli spogliatoi, con una bottiglietta di aranciata, poi sui sacconi del salto con l’asta, dove riuscì persino a sonnecchiare.

Alle 18 del 3 settembre 1960 arrivò la finale. Dopo una partenza falsa non sanzionata, Berruti volò sulla curva e si presentò sul rettilineo davanti a tutti. Riuscì a mantenere il vantaggio fino al traguardo, respingendo il ritorno dell’americano Les Carney.

Il cronometro segnò ancora 20″5, equivalenti a 20″62 con il cronometraggio elettrico. Carney chiuse in 20″6, Seye in 20″7.

Berruti era campione olimpico.

Fu il primo europeo a vincere l’oro olimpico maschile nei 200 metri, spezzando la tradizionale supremazia degli sprinter nordamericani. La sua immagine con gli occhiali da sole diventò immediatamente iconica.

Una delle sequenze più celebri del film La grande olimpiade di Romolo Marcellini, realizzato nel 1961, lo mostra mentre entra sul rettilineo e alcune colombe posate sulla pista si alzano davanti ai suoi passi. Una scena diventata una delle immagini simbolo di quella vittoria.

Una carriera oltre l’oro di Roma

Berruti non visse immediatamente quella vittoria come un’impresa epocale. La sua timidezza lo metteva quasi a disagio davanti agli applausi e il successo non sembrava essere il centro della sua esistenza.

Nel 1961 visse comunque una stagione eccezionale, con 26 vittorie in altrettante gare, affermandosi come numero uno mondiale dei 200 metri.

Parallelamente continuò gli studi. Dopo il liceo Cavour frequentò l’Università di Padova e poi quella di Torino, dove si laureò in chimica.

Rimase ai vertici abbastanza a lungo da partecipare ad altre due Olimpiadi. A Tokyo, nel 1964, fu quinto nei 200 metri in 20″8, ancora una volta il migliore degli europei. A Città del Messico, nel 1968, disputò la sua terza Olimpiade e partecipò alla staffetta 4×100.

Nel suo palmarès figurano sei titoli italiani nei 100 metri, otto nei 200 e uno nella staffetta 4×100. Il ritiro dall’attività agonistica arrivò nel 1969.

La seconda vita dopo l’atletica

Dopo il ritiro cominciò una nuova fase della sua vita. Tra il 1970 e il 1973 lavorò come account per Ermenegildo Zegna. Nel 1973 entrò alla Fiat, nel settore della comunicazione, dell’immagine e delle relazioni esterne, dove rimase per 25 anni, fino alla pensione.

Lo sport, però, rimase sempre parte della sua vita. Si candidò anche alla presidenza della Fidal, proponendo una visione dell’atletica come strumento civile oltre che agonistico. Non venne eletto.

La notorietà, invece, continuò a considerarla con una certa diffidenza. Berruti riteneva che il successo trasformasse inevitabilmente il vincitore in un personaggio pubblico e ne limitasse la libertà personale.

Nel 2006, durante i Giochi olimpici invernali di Torino, fu tra gli atleti italiani incaricati di portare la bandiera olimpica nella cerimonia di chiusura. Nel 2015 il Coni gli conferì il Collare d’oro al merito sportivo e il suo nome venne inserito nella Walk of Fame dello sport italiano. Nel 2018 fu nominato presidente onorario dell’Isef Torino.

La sua storia rimase legata soprattutto a quella sera del 3 settembre 1960. Una vittoria che trasformò un giovane velocista torinese nella leggenda dell’atletica italiana.

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(con fonte AdnKronos)

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