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Guerra tra Stati Uniti e Iran: Dan Caine evoca il disimpegno
Il capo dello Stato maggiore congiunto frena sull’escalation: i soli raid non bastano. Vertice riservato tra i vertici del Pentagono, Vance e Rubio sulle carenze dei piani d’attacco
Il vertice militare statunitense dubita dell’efficacia della campagna contro Teheran. Nelle ultime settimane, il Capo dello Stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine, ha espresso in privato la ferma convinzione che Washington debba trovare un disimpegno strategico. Secondo fonti vicine al dossier citate dalla CNN, l’alto ufficiale ritiene che le opzioni belliche attualmente al vaglio rischino di rivelarsi controproducenti, giudicando i soli raid aerei insufficienti per centrare gli obiettivi della Casa Bianca.
Lo scetticismo di Caine incrocia le valutazioni di altri alti funzionari convinti che il Paese si trovi a un bivio cruciale. Le riserve sulla conduzione delle operazioni e sulle carenze dei piani d’attacco sono state oggetto di un confronto serrato tra il numero uno delle forze armate statunitensi e i massimi consiglieri del presidente Donald Trump, inclusi il vicepresidente JD Vance, il direttore della CIA John Ratcliffe e il segretario di Stato Marco Rubio.
L’iniziativa di Caine mirava a blindare una linea comune prima dei colloqui formali con il presidente. Resta il rammarico, espresso da una fonte dell’amministrazione, per una pianificazione tardiva dei rischi, arrivata a ostilità già aperte invece che alla vigilia del conflitto. Caine ha comunque garantito a Trump la piena capacità distruttiva delle forze armate qualora la presidenza decidesse di spingere ulteriormente sull’acceleratore dell’escalation.
Il Pentagono ha liquidato le indiscrezioni rifiutandosi di commentare scambi riservati o ricostruzioni anonime.
Sul fronte diplomatico, si registra uno stallo operativo. L’Iran e l’Oman tentano di stringere i tempi per un’intesa transitoria sulle rotte commerciali dello Stretto di Hormuz, sottoposto a un blocco navale di fatto dal 28 febbraio, giorno del via alla guerra tra Stati Uniti e Iran da parte delle forze statunitensi e israeliane.
Il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha confermato la forte vicinanza a un accordo con Muscat per un corridoio temporaneo. Il superamento del blocco resta però subordinato al versamento di indennizzi economici da parte di Washington, accusata dai diplomatici iraniani di aver violato il memorandum d’intesa di Islamabad siglato a giugno per avviare i colloqui di pace.
La spaccatura interna al regime iraniano frena tuttavia la soluzione della crisi. Se la diplomazia statunitense ed emiratina prevede una rapida conclusione dei negoziati, l’ala ideologica delle forze armate di Teheran gela le aspettative. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, per bocca del portavoce Hossein Mohebbi, ha slegato la riapertura dello stretto dai colloqui bilaterali con l’Oman, ribadendo che l’accesso alla via d’acqua dipenderà esclusivamente dalle condizioni poste dalla Repubblica Islamica e dalla fine delle interferenze occidentali.
La paralisi politica continua a riflettersi sulla sicurezza marittima del Golfo. Il Ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha denunciato un attacco missilistico iraniano contro una petroliera della compagnia di Stato Abu Dhabi National Oil Company in transito nello stretto. L’azione, che non ha causato vittime, si somma al danneggiamento di un mercantile al largo dell’Oman, colpito da un proiettile che ha innescato un incendio a bordo.
Con l’ultimo raid sale a quindici il computo delle imbarcazioni della sola ADNOC colpite da inizio anno, in un tratto di mare che prima del conflitto di febbraio garantiva il transito di un quinto del greggio globale.
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(con fonte TOI)

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