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Iran, sito nucleare “Pickaxe Mountain” nel mirino Usa: Teheran minaccia ritorsioni
Trump indica il complesso sotterraneo vicino a Natanz come possibile obiettivo. L’Iran avverte: risposta militare se colpito. Intanto si complica la mediazione sullo Stretto di Hormuz per l’intransigenza dei Pasdaran
Un sito nucleare scavato in profondità sotto una montagna nel cuore dell’Iran è tornato al centro dello scontro con gli Stati Uniti. Si tratta del complesso noto come “Pickaxe Mountain”, a sud del centro di arricchimento dell’uranio di Natanz, che secondo le parole di Donald Trump potrebbe diventare un nuovo obiettivo di attacchi americani.
La struttura, costruita sotto centinaia di metri di roccia, sarebbe progettata per resistere anche alle bombe anti-bunker. Secondo diverse stime, gli impianti si troverebbero tra i 145 e i 600 metri di profondità, rendendoli più difficili da colpire rispetto ad altri siti già presi di mira in passato, come Fordo.
Il complesso si estenderebbe per circa un chilometro quadrato lungo la catena degli Zagros e ospiterebbe tunnel e bunker destinati all’arricchimento dell’uranio e allo stoccaggio. Le immagini satellitari indicano che la costruzione è iniziata intorno al 2020 e che l’area è stata progressivamente fortificata con recinzioni e sistemi di sicurezza collegati al sito di Natanz.
Teheran ha descritto la struttura come un impianto per l’assemblaggio di centrifughe, ma agli ispettori internazionali non è mai stato consentito l’accesso diretto. Secondo valutazioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, nel sito potrebbe essere presente materiale arricchito a livelli elevati, potenzialmente utilizzabile per scopi militari, anche se la funzione precisa del complesso non è stata confermata pubblicamente.
Negli ultimi mesi, e in particolare dopo gli attacchi del 2025, le attività nell’area sembrano essersi intensificate. Analisi indipendenti segnalano movimenti di mezzi e lavori in corso agli ingressi dei tunnel, segno di un rafforzamento della struttura.
Alle minacce americane, l’Iran ha risposto con toni duri. Una fonte della sicurezza citata da media internazionali ha parlato di una “risposta devastante” nel caso di un attacco, indicando come possibili bersagli le forze statunitensi e i loro alleati nella regione.
Parallelamente allo scontro militare, resta aperto il fronte diplomatico, sempre più fragile. Il Pakistan, insieme a Qatar e Oman, sta cercando di mantenere attivo un canale di dialogo tra Washington e Teheran. Negli ultimi giorni contatti diretti tra i vertici politici dei due Paesi hanno ribadito la volontà di evitare un ulteriore deterioramento della situazione.
Tuttavia, i tentativi di mediazione si scontrano con una crescente rigidità interna all’Iran. Il rafforzamento delle correnti più radicali e dei Pasdaran sta limitando lo spazio di manovra dei negoziatori, rendendo più difficile qualsiasi compromesso.
Il nodo principale resta lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il traffico energetico globale. L’accordo mediato a giugno prevedeva la riapertura completa alla navigazione commerciale, ma l’intesa si è rapidamente incrinata: Teheran ha continuato a rivendicare un controllo diretto sullo stretto, mentre gli Stati Uniti hanno ripreso le operazioni militari e il blocco navale.
Anche sul piano interno, la leadership iraniana è sotto pressione. Il clima nazionalista rafforzato negli ultimi mesi ha irrigidito il dibattito politico, con forti resistenze a qualsiasi concessione verso Washington. In questo contesto, anche i segnali di apertura vengono rapidamente neutralizzati dalle fazioni più dure.
Il risultato è uno stallo in cui diplomazia e confronto militare procedono in parallelo, senza che emerga, al momento, una via d’uscita condivisa.
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(con fonte AdnKronos)

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