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Crisi Silicon Valley Bank: cosa rischiamo in Italia

La recente vicenda del crac della Silicon Valley Bank ha richiamato alla mente la celebre frase “whatever it takes” di Mario Draghi, ex governatore della Bce, che nel 2012 si mosse per salvare l’euro. Negli ultimi giorni, anche la Fed e l’esecutivo americano hanno agito per circoscrivere i rischi derivanti dalla situazione della banca e prevenire il pericolo di contagio per il sistema bancario.

Il presidente Joe Biden ha rassicurato i cittadini e il mercato, dichiarando che non ci saranno perdite a carico dei contribuenti e che il sistema rimane solido. Il sistema finanziario americano si è mobilitato per evitare ricadute, con la Fed che si è impegnata ad accettare obbligazioni del governo al loro valore di libro. La segretario al Tesoro Janet Yellen, ex presidente della Fed, conosce bene e stima Mario Draghi, avendo lavorato con lui durante la crisi dell’euro.

Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, ha espresso il sospetto che la Silicon Valley Bank abbia avuto problemi sia di liquidità che di solidità patrimoniale, due fattori che possono causare la crisi delle banche. Ha inoltre evidenziato la complessità delle banche, che non si limitano a due piatti sulla bilancia, ma hanno un equilibrio estremamente complesso. Il lassismo può essere rischioso, come dimostra la crescita del costo della raccolta e le minusvalenze sui portafogli titoli, oltre alle crisi di imprese che possono portare a insolvenze e sofferenze.

Riguardo al rischio sistemico per l’Italia, il presidente dell’Abi ha dichiarato che solo le autorità di vigilanza e il ministro dell’Economia possono avere un quadro completo. Ha condiviso le dichiarazioni rassicuranti di Giorgetti, affermando che la situazione della Silicon Valley Bank non è paragonabile a quella di Lehman Brothers, che era una crisi sistemica di una delle banche più grandi. Inoltre, l’Unione bancaria e la vigilanza unica hanno aumentato le soglie di patrimonio indispensabile, mentre le banche italiane hanno investito 400 miliardi in titoli di Stato che producono riserve di liquidità e combattono il rischio minusvalenza con portafogli obbligazionari non a lunghissima scadenza.

FABI – Il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, durante la trasmissione Mattino Cinque News in onda su Canale 5, spiega che “l’origine del dissesto della Silicon Valley Bank sta nell’aumento dei tassi di interesse. L’incremento del costo del denaro in America ha spinto la banca californiana a investire la liquidità dei conti correnti dei suoi clienti in fondi con conseguenti scadenze, di interessi, molto lunghe nel tempo. Poi è successo quello che in molti prevedevano: la Federal Reserve, l’equivalente della nostra Banca centrale europea, alza il costo del denaro per combattere l’inflazione”.

Conseguentemente, rileva, “le aziende start up della Silicon Valley, clienti della banca, avendo bisogno di liquidità, per sostenere i loro importanti investimenti, hanno considerato più conveniente utilizzare i loro depositi, il loro denaro invece di indebitarsi, perché era diventato troppo costoso. Improvvisamente tutti i clienti hanno iniziato a fare la fila presso le agenzie della banca per ritirare i loro depositi senza che la banca potesse restituirli in quanto la stessa banca li aveva investiti altrove. I problemi iniziano dal momento in cui la clientela ha iniziato a ritirare il proprio denaro. Da qui è partito tutto, il dissesto della banca e tutti i timori nel resto nel mondo, perché in molti ricordano il precedente della Lehman Brothers, il più grande fallimento bancario della storia americana e mondiale”.

“Le banche italiane sono solide – afferma Lando Maria Sileoni – hanno indici di liquidità molto alti, pari al 160%, molto di più del livello minimo pari al 100%: quindi dispongono di molta liquidità molto oltre i minimi stabiliti dalle leggi e la nostra vigilanza è molto attenta. Le banche europee hanno 3mila miliardi di euro di liquidità in eccesso e, a differenza di quelle americane, ci sono ampi margini per garantire i correntisti nel caso di qualsiasi crisi”.

“Stiamo comunque monitorando con molta attenzione quello che sta accadendo in questi giorni negli Stati Uniti. Le regole, per fortuna, in Europa – rileva Sileoni – sono molto diverse rispetto a quelle americane e sulle banche c’è una vigilanza, talora criticata, ma costantemente informata e molto attenta alla stabilità dei singoli operatori e del settore nel complesso. È la prova che le banche, seppur in ottica di mercato e di concorrenza, hanno bisogno di una supervisione specifica, anche da parte della politica”.

In Europa e nell’area euro in particolare, poi, rileva ancora Sileoni, “ci sono controlli molto costanti e severi da parte della vigilanza che è gestita dalla Banca centrale europea. Questo sistema di controlli fa emergere tempestivamente anomalie e casi critici, garantendo la possibilità di interventi immediati ed efficaci. In America, da sempre, i controlli sono molto più morbidi e sono diventati addirittura meno incisivi ed efficaci anche dopo il 2008 e il default di Lehman Brothers”.

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(con fonte AdnKronos)