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Stretto di Hormuz, Usa e Iran verso una tregua di 60 giorni
Washington cerca un accordo con Teheran e Oman per riaprire la rotta strategica. Trump: “Ottimi colloqui”, ma resta la minaccia di nuovi attacchi
Il mondo guarda alla trattativa con una speranza precisa: che questa volta non sia soltanto una nuova parentesi diplomatica destinata a saltare. Gli Stati Uniti, l’Iran e l’Oman sarebbero vicini a un accordo provvisorio di due mesi per consentire la riapertura dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti per il commercio energetico globale.
Secondo quanto riferito da Axios sulla base di fonti regionali e di un funzionario americano, Washington punta ad annunciare l’intesa già oggi. L’obiettivo sarebbe ripristinare il cessate il fuoco dopo lo stop agli attacchi ordinato dal presidente Donald Trump e creare le condizioni per una nuova fase negoziale sul programma nucleare iraniano.
“Stiamo avendo ottimi colloqui”, ha dichiarato Trump in un’intervista a Fox News, anticipando possibili sviluppi entro 48 ore. Il presidente americano ha però accompagnato il messaggio diplomatico con un nuovo avvertimento a Teheran: se lo Stretto non verrà riaperto rapidamente, gli Stati Uniti potrebbero reagire con conseguenze molto pesanti.
La proposta sul tavolo prevede un’intesa iniziale della durata di 60 giorni, con la possibilità di una proroga. Secondo la bozza citata da Axios, il traffico navale verrebbe organizzato attraverso corridoi separati: le navi in ingresso verso il Golfo Persico seguirebbero una rotta settentrionale nelle acque territoriali iraniane, mentre quelle in uscita verso il Mar Arabico utilizzerebbero un percorso meridionale sotto il coordinamento dell’Oman.
Durante il periodo dell’accordo non sarebbero previsti pedaggi per il passaggio delle navi. Le parti si impegnerebbero inoltre a rimuovere eventuali mine navali dalla zona centrale dello Stretto entro 30 giorni. Una volta ristabilite le condizioni di sicurezza, la rotta principale potrebbe tornare operativa nell’ambito di un’intesa permanente ancora da negoziare.
Il nuovo tentativo diplomatico arriva dopo un precedente avvicinamento fallito. Secondo Axios, tre settimane fa Stati Uniti e Oman, insieme ad altri mediatori, avevano già raggiunto una fase avanzata della trattativa, prima che Washington decidesse di riprendere gli attacchi contro obiettivi iraniani.
Negli ultimi giorni il confronto è ripartito con il coinvolgimento anche di Qatar, Pakistan e Arabia Saudita. Al centro dei contatti ci sono state diverse telefonate tra l’inviato speciale di Trump Steve Witkoff, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e l’omologo omanita Badr al-Busaidi.
Un primo via libera alla bozza sarebbe arrivato da Araghchi nel fine settimana. Successivamente, secondo quanto riferito, il percorso di approvazione interno a Teheran sarebbe stato completato con l’assenso della Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, e del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale.
La svolta diplomatica arriva anche dopo la decisione di Trump di sospendere i raid contro l’Iran. Una scelta che, secondo quanto riportato dalla Cnn, sarebbe maturata anche alla luce delle difficoltà operative emerse sul fronte militare.
Secondo fonti citate dall’emittente americana, gli Stati Uniti avrebbero consumato una quota molto rilevante dei sistemi di difesa missilistica disponibili: circa l’80% degli intercettori THAAD e circa la metà dei Patriot. Una situazione che avrebbe sollevato preoccupazioni ai vertici militari sulle capacità di protezione delle basi americane nella regione.
La scarsità dei sistemi THAAD rappresenterebbe il problema principale. Le stime del Center for Strategic and International Studies indicano che, prima dell’inizio del conflitto, gli Stati Uniti disponevano di circa 2.200 Patriot nelle varianti più moderne e 452 missili THAAD.
La riduzione delle scorte renderebbe più complessa la difesa delle infrastrutture militari statunitensi nel Golfo Persico e aumenterebbe la vulnerabilità degli alleati regionali rispetto a possibili attacchi iraniani con missili e droni.
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(con fonte AdnKronos)
