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Teheran senza guida: la dinastia Khamenei non tiene e il regime vacilla

Teheran senza guida: la dinastia Khamenei non tiene e il regime vacilla

La successione di Mojtaba Khamenei ha trasformato la Repubblica islamica in una teocrazia dinastica. I falchi accusano i negoziatori di tradimento, ma gli analisti concordano: l’elite al potere sta chiudendo i ranghi per sopravvivere

La morte di Ali Khamenei non ha abbattuto il regime iraniano, ma ha esposto la sua architettura interna a una luce crudele. La successione del figlio Mojtaba, avvenuta in pochi giorni dopo il raid israelo-americano del 28 febbraio 2026, ha trasformato la Repubblica islamica in ciò che la rivoluzione del 1979 aveva giurato di distruggere: una teocrazia dinastica.

L’Assemblea degli Esperti ha eletto Mojtaba con voto unanime, ma la scelta è stata fortemente condizionata dal Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, che da mesi gestisce il paese in modo sostanzialmente autonomo.

Mojtaba Khamenei non ha mai ricoperto una carica pubblica. Ha studiato nei seminari di Qom, ha il rango religioso di Hojjatoleslam, un gradino inferiore all’Ayatollah, eppure è diventato la figura centrale di un sistema che ha sempre teorizzato la superiorità del clero sulla politica. I critici, dentro e fuori l’Iran, non hanno tardato a sottolineare la contraddizione: un paese nato per abbattere la monarchia ereditaria dei Pahlavi che ora replica la stessa logica.

La frattura reale, però, non è tra dinastia e repubblica. È tra chi vuole sopravvivere e chi vuole resistere fino in fondo. L’accordo provvisorio siglato con gli Stati Uniti a metà giugno 2026 ha diviso l’establishment iraniano in modo netto. Da una parte il presidente Masoud Pezeshkian, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che hanno condotto i negoziati in Svizzera con il vicepresidente americano JD Vance. Dall’altra i falchi del Fronte Paydari, i media conservatori come Kayhan e una fetta crescente della base sociale che grida al tradimento.

Il quotidiano Kayhan, voce ufficiale della linea dura, ha definito l’accordo “resa al Grande Satana sotto le spoglie di un antidoto”. La giornalista conservatrice Parisa Nasr ha ironizzato sul tempismo dell’annuncio, caduto il 14 giugno, compleanno di Donald Trump: “Non potevano aspettare qualche ora? Regalare l’accordo al killer del Leader martire era una clausola non scritta?”. Il deputato Mahmoud Nabavian, esponente del Fronte Paydari, ha chiesto un rapporto dettagliato all’esecutivo sulle concessioni fatte a Washington, sollevando dubbi su sanzioni, esportazioni petrolifere e asset congelati.

Eppure gli analisti internazionali concordano: i falchi non hanno i numeri per bloccare il processo. Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa del Chatham House, ha dichiarato che non crede che gli oltranzisti abbiano attualmente il sopravvento in Iran. Secondo lei esiste un consenso favorevole a testare l’appetito di Trump per un vero accordo. Anche Arash Azizi, docente alla Yale University, ha sottolineato che le fazioni anti-americane “mancano del potere istituzionale necessario per bloccare i negoziati o anche solo per condizionarne l’esito”.

Un segnale significativo è arrivato dall’interno degli stessi Guardiani della Rivoluzione. Esmail Qaani, capo della Forza Quds, l’ala estera dei Pasdaran, è apparso in televisione di Stato per elogiare Araghchi e Ghalibaf. “I fratelli dietro i lanciamissili e i fratelli seduti al tavolo delle trattative sono uniti dalla resistenza”, ha detto. Una frase che suona come un’approvazione ufficiale della linea negoziale, anche se condizionata.

La vera incognita resta Mojtaba Khamenei. Da quando è stato nominato Guida Suprema non è apparso in pubblico. Ha approvato l’accordo con gli Stati Uniti ma ha dichiarato di avere una “visione diversa”, lasciando intendere che il suo sostegno è tattico, non ideologico. Questa ambiguità alimenta il sospetto dei falchi, che vedono nel vuoto lasciato dalla sua assenza un’opportunità per Pezeshkian, Ghalibaf e Araghchi di ridisegnare gli equilibri del potere a proprio favore. Il rischio per il regime non viene più dall’esterno.

Le proteste del dicembre 2025, scatenate dalla crisi economica e soffocate nel sangue con migliaia di morti, hanno dimostrato che la società iraniana è esasperata. L’internet è stato staccato per giorni, i diplomatici iraniani hanno chiesto asilo in Europa, la povertà spinge i bambini a lavorare nelle strade. Eppure il sistema resiste, come ha osservato l’ex diplomatico americano Charles W. Dunne: “Sanzioni, divieti sulle esportazioni di petrolio, un rial in caduta libera, niente di tutto questo ha portato il sistema al punto di rottura”.

La lezione più chiara emerge dal confronto con il passato. Durante la guerra Iran-Iraq, dal 1980 al 1988, il regime giovane e rivoluzionario accettò perdite enormi pur di non cedere. Oggi la logica è la stessa, ma il nemico è diverso. Non è più Saddam Hussein, è la stessa idea di una Repubblica islamica che non riesce a garantire pane e dignità ai suoi cittadini. I pragmatisti sanno che senza un accordo con Washington l’economia collassa. I falchi sanno che con l’accordo l’ideologia si svuota. Nessuno dei due gruppi ha una risposta convincente.

Il quotidiano riformista Shargh ha scritto che l’Iran ha raggiunto “un bivio critico dove il pesante tributo della guerra economica e del blocco navale internazionale ha logorato le strutture finanziarie di base”. Il sito Rouydad24 ha aggiunto che per “l’estrema destra, opporsi a un accordo approvato ai massimi livelli del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, significa allontanarsi dall’architettura di governo della Repubblica islamica”. In altre parole: chi grida al tradimento rischia di essere tagliato fuori.

La fase che si apre è quella più pericolosa per il regime. Non perché i falchi possano rovesciare i pragmatisti, ma perché la sopravvivenza stessa del sistema dipende da un equilibrio che nessuno controlla più davvero. Mojtaba Khamenei è la Guida Suprema ma non guida. I negoziatori hanno l’accordo ma non hanno la piazza. I radicali hanno la piazza ma non hanno i numeri. E nel frattempo l’Iran brucia, vite, futuro e risorse.

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(foto: AdnKronos)

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