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Annessione della Groenlandia, lo scenario Usa senza uso della forza

Un’analisi di Jeremy Shapiro pubblicata su Foreign Affairs ipotizza una strategia di progressivo assorbimento dell’isola attraverso investimenti, pressione economica e influenza politica, evitando un intervento militare diretto

L’ipotesi di una annessione della Groenlandia senza ricorrere alla forza militare prende forma in un’analisi firmata da Jeremy Shapiro, direttore della ricerca dell’European Council on Foreign Relations ed ex consigliere dell’amministrazione Obama, pubblicata sulla rivista statunitense Foreign Affairs. Secondo Shapiro, Washington potrebbe perseguire un progressivo assorbimento dell’isola artica, territorio autonomo danese, attraverso una strategia che combina investimenti economici, leve politiche e ambiguità giuridiche, evitando i costi e le conseguenze di un’invasione tradizionale.

L’autore definisce questo approccio “geo-osmosi”: un processo graduale che mira a trasformare l’influenza statunitense in una realtà geopolitica compiuta entro pochi anni. Alla base della strategia ci sarebbero tre obiettivi principali: il controllo delle risorse strategiche, come petrolio, gas e terre rare; l’espansione della presenza militare americana nell’Artico; il contenimento dell’influenza di Cina e Russia. In questo quadro, la annessione della Groenlandia diventerebbe il risultato di una progressiva integrazione funzionale più che di un atto formale di conquista.

Il primo passaggio consisterebbe nel trasformare l’interesse personale del presidente Donald Trump in una vera e propria dottrina geopolitica ufficiale. Successivamente, l’amministrazione punterebbe a sfruttare le fragilità economiche e infrastrutturali del territorio, promuovendo un massiccio afflusso di investimenti civili attraverso consorzi di sviluppo e organizzazioni formalmente indipendenti. L’obiettivo sarebbe rafforzare servizi, infrastrutture e filiere produttive, creando nel tempo una dipendenza finanziaria e operativa dagli Stati Uniti.

Secondo l’analisi, il sostegno di una parte della classe dirigente locale, insoddisfatta dei vincoli imposti da Copenaghen, potrebbe facilitare il consolidamento dell’influenza americana. Parallelamente, investimenti nei media locali e il sostegno a nuove leadership politiche favorirebbero una narrazione orientata all’autonomia dalla Danimarca, compatibile con il patrocinio statunitense.

Un ulteriore elemento della strategia sarebbe la gestione delle catene di approvvigionamento. Eventuali criticità logistiche, ritardi nei rifornimenti o interruzioni dei servizi essenziali potrebbero spingere le autorità locali a fare affidamento sulle infrastrutture e sul supporto operativo degli Stati Uniti. In questo modo, la presenza militare americana assumerebbe anche un ruolo umanitario e di supporto civile, ampliando la propria influenza oltre la base di Pituffik.

Nella fase finale, anziché un referendum potenzialmente incerto, verrebbe favorita una dichiarazione di autonomia provvisoria e la stipula di un accordo di libera associazione, sul modello di quelli già esistenti tra Washington e alcuni Stati del Pacifico. Questo passaggio consoliderebbe di fatto la annessione della Groenlandia, pur mantenendo una cornice giuridica formalmente cooperativa.

Intanto, come rilevato anche dal Guardian, i governi europei stanno valutando contromisure diplomatiche, militari ed economiche per prevenire un simile scenario. Tra le opzioni allo studio figurano il rafforzamento dei trattati di difesa, l’aumento delle esercitazioni nell’Artico e nuovi investimenti diretti a sostegno dell’economia groenlandese, nel tentativo di ridurre la vulnerabilità del territorio alle pressioni esterne.

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(con fonte AdnKronos)