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Titolo: Alluvione di Firenze, 60 anni fa la città sommersa dall’Arno
Il 4 novembre 1966 la piena devastò Firenze e gran parte della Toscana, provocando vittime e danni enormi al patrimonio artistico. Migliaia di volontari arrivarono da tutta Italia e dall’estero per salvare opere, libri e abitazioni: nacquero gli Angeli del fango
All’alba del 4 novembre 1966 Firenze era già in ginocchio. L’Arno aveva rotto gli argini durante la notte e l’acqua, mescolata a fango e nafta, avanzava nelle strade, invadeva le abitazioni e travolgeva negozi, infrastrutture e luoghi simbolo della città. In poche ore una delle più gravi catastrofi naturali del Novecento italiano trasformò il centro storico in un’immensa distesa d’acqua. Sessant’anni dopo, quella piena resta una ferita nella memoria di Firenze, ma anche il ricordo di una mobilitazione collettiva che avrebbe superato i confini nazionali.
La tragedia non riguardò soltanto il capoluogo toscano. L’intero bacino dell’Arno fu investito dall’emergenza, dalla provincia di Arezzo fino al litorale pisano, passando per Casentino, Valdarno, Mugello e piana fiorentina. Nelle stesse ore allagamenti ed esondazioni colpirono altre zone d’Italia: dal Veneto al Friuli, dal Trentino alla Maremma, mentre Venezia affrontava un’acqua alta eccezionale.
La sequenza degli eventi era cominciata negli ultimi giorni di ottobre, quando una perturbazione persistente aveva scaricato precipitazioni intense su gran parte della Toscana. Dopo una breve pausa in occasione di Ognissanti, il maltempo era tornato a intensificarsi il 3 novembre. Sul bacino dell’Arno si concentrarono quantità eccezionali di pioggia. A peggiorare la situazione contribuì il rapido aumento delle temperature, che favorì lo scioglimento della neve caduta sulle montagne del Casentino e del Mugello, aggiungendo altra acqua ai corsi fluviali.
I primi segnali dell’emergenza arrivarono dalla provincia. Nella serata del 3 novembre diversi fiumi avevano già superato gli argini e numerose località del Valdarno erano finite sott’acqua. Intorno alla mezzanotte anche l’Arno cominciò a tracimare in più punti, interrompendo collegamenti stradali e ferroviari. A Firenze, tuttavia, la gravità di quanto stava accadendo non fu compresa subito. Le piene autunnali erano considerate un fenomeno ricorrente e la popolazione non ricevette un’allerta adeguata. Anche quando la situazione precipitò, si esitò a diffondere un allarme generale per il timore di provocare il panico.
Poco dopo l’una del mattino l’acqua cominciò a risalire dalle fognature e a invadere le strade. Alle 2 il torrente Mugnone straripò nella zona delle Cascine, sommergendo l’ippodromo e lo zoo. Decine di animali rimasero intrappolati: morirono settanta cavalli e annegò anche Canapone, il cammello molto amato dai bambini fiorentini.
Un’ora più tardi l’emergenza aveva ormai raggiunto dimensioni drammatiche. Tra le testimonianze di quelle ore c’è quella di Carlo Maggiorelli, addetto alla sorveglianza degli impianti idrici dell’Anconella. Durante una telefonata con un giornalista de La Nazione descrisse una situazione disperata e confermò che gli impianti erano stati fermati. Invitato a mettersi in salvo, rifiutò di abbandonare il proprio posto. La comunicazione si interruppe quando l’acqua lo travolse. Il corpo venne ritrovato due giorni dopo.
Con le prime luci del giorno la piena investì progressivamente l’Oltrarno, Santa Croce, San Frediano, Santo Spirito e San Niccolò. Le acque raggiunsero il Lungarno Acciaioli, via de’ Benci e corso dei Tintori, per poi penetrare nel cuore della città. Alle 6.50 cedette la spalletta di piazza Cavalleggeri: la corrente si riversò sulla Biblioteca Nazionale Centrale e sul quartiere di Santa Croce. Alle 9 l’acqua limacciosa arrivò in piazza del Duomo. Intere strade erano ormai diventate corsi d’acqua e in diversi quartieri gli allagamenti raggiunsero il primo piano degli edifici. In alcune zone della città e della periferia occidentale il livello sfiorò i sei metri.
Il sindaco Piero Bargellini, rimasto isolato a Palazzo Vecchio, cercò di coordinare gli interventi e di ottenere aiuto dalle autorità centrali. I soccorsi organizzati, però, tardarono ad arrivare. Nelle prime ore furono soprattutto i cittadini a intervenire, spesso senza mezzi e senza indicazioni, per mettere in salvo vicini, familiari e animali.
Tra gli episodi rimasti nella memoria della città c’è quello dei detenuti del carcere delle Murate. Minacciati dall’acqua, riuscirono a lasciare l’edificio e trovarono riparo nelle case dei fiorentini. Molte famiglie aprirono le proprie porte a persone che fino a poche ore prima erano rinchiuse dietro le sbarre. La solidarietà superò così anche le barriere sociali e le diffidenze.
Nelle periferie la situazione era altrettanto grave. A Brozzi e San Donnino l’acqua superò i cinque metri. Alcuni abitanti riuscirono a salvarsi abbattendo i muri divisori delle abitazioni per raggiungere edifici più alti. In una casa si ritrovarono ammassate 56 persone. A San Donnino alcuni allevatori portarono le mucche al primo piano della Casa del Popolo, una scena diventata una delle immagini più emblematiche dell’alluvione. Nel tardo pomeriggio, mentre il livello dell’Arno cominciava lentamente a scendere nel centro di Firenze, la piena proseguiva verso valle, raggiungendo Empoli, Pontedera e altri centri della provincia di Pisa.
La devastazione si estese ben oltre il bacino fiorentino. L’Ombrone sommerse vaste aree della Maremma e parte di Grosseto. Il Bisenzio e l’Ombrone Pistoiese allagarono la piana fiorentina e quella pratese, colpendo Campi Bisenzio, Signa, Sesto Fiorentino e numerosi centri minori. Più a valle, Castelfranco di Sotto e Santa Croce sull’Arno finirono sott’acqua.
Pisa riuscì a evitare conseguenze ancora più gravi grazie alla conformazione del bacino fluviale e alle opere realizzate nei secoli per contenere le piene. I danni furono comunque ingenti: il 13 novembre crollò lo storico ponte Solferino e in seguito franò un lungo tratto del lungarno Pacinotti. Anche altre regioni furono colpite. In Veneto strariparono Piave, Brenta e Livenza; in Friuli il Tagliamento invase vaste zone del basso corso, interessando anche Latisana. A Trento fu l’Adige a provocare allagamenti estesi.
Il bilancio delle vittime è stato oggetto, nel tempo, di diverse ricostruzioni. Secondo l’archivio Polaris dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr, in Toscana i morti furono 47: 38 a Firenze e provincia, cinque nel Pisano, due nel Grossetano, uno nell’Aretino e uno nel Lucchese. L’elenco ufficiale diffuso dalla Prefettura di Firenze nel 2006 indicò invece 35 vittime nella provincia, di cui 17 nel capoluogo e 18 negli altri comuni.
Ai lutti si aggiunsero danni enormi alle abitazioni, alle attività economiche, alle infrastrutture e all’agricoltura. Le campagne rimasero sommerse per giorni, gli allevamenti subirono perdite pesanti e intere comunità furono isolate. A Firenze si accumularono centinaia di migliaia di metri cubi di acqua, fango e nafta. Strade, ponti, negozi e impianti pubblici risultarono danneggiati o inutilizzabili. La città si trovò a fare i conti con la distruzione di una parte consistente del proprio patrimonio materiale e con una quotidianità completamente stravolta.
A rendere ancora più drammatico il bilancio fu l’impatto sul patrimonio artistico e culturale. La Biblioteca Nazionale Centrale subì danni gravissimi: migliaia di volumi, manoscritti e documenti preziosi furono raggiunti dal fango. Nella basilica di Santa Croce venne devastato il Crocifisso di Cimabue, che perse gran parte della propria materia pittorica. Le acque raggiunsero anche i depositi degli Uffizi, danneggiando numerose opere. La corrente investì la Porta del Paradiso del Battistero di San Giovanni e provocò il distacco di diverse formelle realizzate da Lorenzo Ghiberti. Non erano soltanto oggetti d’arte a essere in pericolo: l’alluvione minacciava una parte essenziale della memoria storica di Firenze.
Nei giorni successivi arrivarono in città migliaia di giovani volontari dall’Italia e dall’estero. Con pale, secchi e stivali si misero a liberare dal fango biblioteche, chiese, musei e abitazioni. Furono chiamati Angeli del fango, un nome destinato a diventare parte della storia fiorentina. Il loro lavoro, svolto spesso in condizioni difficilissime, contribuì a recuperare libri, documenti e opere che altrimenti sarebbero andati perduti.
La solidarietà assunse rapidamente una dimensione internazionale, oltrepassando anche le divisioni politiche della Guerra fredda. Gli aiuti arrivarono dagli Stati Uniti, dall’Unione Sovietica, dalla Cecoslovacchia, dall’Ungheria e da molti altri Paesi. Un contributo importante venne dalle forze armate americane presenti in Italia, dalla Croce Rossa tedesca, da associazioni e da migliaia di singoli cittadini.
A portare la tragedia all’attenzione internazionale contribuì anche il documentario Per Firenze, realizzato dal regista Franco Zeffirelli, con un appello dell’attore Richard Burton e un intervento del senatore statunitense Ted Kennedy. La mobilitazione coinvolse anche altre realtà della Toscana. Dalla Versilia partirono bagnini, gommoni e pattini per partecipare ai soccorsi; don Lorenzo Milani si attivò affinché da Barbiana fossero inviati aiuti alimentari. A Natale anche papa Paolo VI raggiunse Firenze e celebrò la messa nella cattedrale di Santa Maria del Fiore.
La catastrofe del 1966 segnò una svolta nella gestione del rischio idrogeologico in Italia. La piena mise in evidenza le carenze dei sistemi di prevenzione e l’assenza di una struttura nazionale di protezione civile capace di coordinare tempestivamente gli interventi. Venti giorni dopo l’alluvione venne istituita la Commissione interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo, affidata alla presidenza dell’ingegnere Giulio De Marchi. I suoi lavori produssero studi approfonditi sul bacino dell’Arno e progetti per la realizzazione di invasi e opere destinate a contenere le piene.
Negli anni successivi furono abbassate le platee di Ponte Vecchio e di ponte Santa Trinita, rialzate alcune spallette e avviati interventi per migliorare la sicurezza idraulica del territorio. Nel 1990 nacque l’Autorità di bacino del fiume Arno; nel 2001 entrò in funzione l’invaso di Bilancino, destinato anche alla regolazione delle piene della Sieve.
La prevenzione è proseguita nei decenni successivi con la realizzazione di casse di espansione, interventi sugli argini e sistemi di monitoraggio e allerta più avanzati. Il percorso, tuttavia, non può considerarsi concluso: la sicurezza dipende anche dal completamento e dalla manutenzione delle opere lungo l’intero bacino idrografico. La notte del 4 novembre 1966 resta il riferimento più drammatico per comprendere quanto una piena possa cambiare il destino di una città e quanto sia decisivo arrivare preparati prima che l’acqua invada le strade.
Due mostre raccontano il salvataggio del patrimonio culturale a Firenze
In occasione del sessantesimo anniversario dell’alluvione dell’Arno che colpì Firenze, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze e l’Istituto degli Innocenti, le due istituzioni culturali affacciate sulla piazza della Santissima Annunziata, ricordano il drammatico evento con il progetto “Curare il passato e proteggere il futuro: Storie del Museo Archeologico Nazionale di Firenze e dell’Istituto degli Innocenti” sviluppato in due esposizioni parallele ma distinte – per materiali ed estensione – nelle due sedi museali che propongono proiezioni video realizzate con fotografie d’archivio, testimonianze dei protagonisti e una vasta selezione di oggetti e documenti dell’epoca.
(con fonte AdnKronos)

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