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Israele, solita storia: Ben Gvir denuncia elezioni rubate e chiede arresti
Il ministro della Sicurezza nazionale invoca l’arresto dei leader dei partiti arabi e lo stop alla certificazione dei risultati elettorali, dopo le informazioni dello Shin Bet su operazioni di interferenza che avrebbero coinvolto migliaia di persone
Il rifiuto di riconoscere una sconfitta e la ricerca di presunti complotti per spiegare un risultato sgradito attraversano ormai frontiere e schieramenti politici. Dagli Stati Uniti a Israele, il confronto elettorale lascia spazio ad accuse di manipolazione e a richieste che investono direttamente le istituzioni democratiche. In Israele è Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e leader della formazione di estrema destra Otzma Yehudit, a sostenere che il voto sia stato sottratto agli elettori: «Le elezioni sono state rubate qui nello Stato di Israele».
La dichiarazione, riportata dal Times of Israel, arriva dopo che lo Shin Bet ha comunicato alla Commissione elettorale le prime informazioni raccolte su operazioni finalizzate a influenzare le elezioni. Secondo quanto riferito dall’agenzia di sicurezza, le attività avrebbero coinvolto «migliaia di persone e forse anche di più». Un quadro ancora oggetto di valutazione, che Ben Gvir ha utilizzato per rilanciare accuse e richieste di intervento immediato.
Il ministro si è rivolto direttamente al capo dello Shin Bet, David Zini, chiedendogli di arrestare tutti i leader dei partiti arabi e di interrogarli «nelle celle sotterranee dello Shin Bet». La richiesta, nelle intenzioni di Ben Gvir, dovrebbe essere attuata anche senza il via libera della procuratrice generale. Non solo: il leader di Otzma Yehudit ha invocato la sospensione immediata della certificazione dei risultati elettorali e della formazione di un nuovo governo.
Le dichiarazioni hanno alimentato uno scontro politico che si intreccia con le conseguenze del voto di midterm negli Stati Uniti. La vittoria democratica e la sconfitta del Partito repubblicano vengono infatti lette dai vertici dell’opposizione israeliana come un ulteriore elemento di isolamento per Benjamin Netanyahu e un ostacolo alla prospettiva di un governo di unità nazionale guidato dall’attuale premier.
Yair Lapid, leader dell’opposizione, ha affidato a X una valutazione netta: il risultato delle elezioni americane, ha scritto, «ha una conseguenza inattesa: elimina qualsiasi possibilità di un governo di unità nazionale guidato da Netanyahu». Lapid ha poi sostenuto che Israele non possa permettersi di mantenere Netanyahu alla guida del governo, accusandolo di mettere a rischio la sicurezza nazionale, minacciare la democrazia e compromettere la reputazione internazionale del Paese.
Ancora più esplicito l’intervento di Yair Golan, leader dei Democratici israeliani. A suo giudizio, il voto americano ha mostrato quanto Netanyahu sia diventato «una figura tossica sia per i Democratici che per i Repubblicani». Golan ha inoltre avvertito che la permanenza al potere dell’attuale premier insieme a Ben Gvir potrebbe esporre Israele a sanzioni, isolamento internazionale e a uno scontro con gli Stati Uniti, definiti il principale amico e alleato del Paese.
Nel suo messaggio, Golan ha indicato la necessità di un governo capace di ricostruire i rapporti diplomatici e rilanciare gli accordi strategici. Le elezioni americane diventano così un elemento del confronto interno israeliano: da una parte Ben Gvir, che denuncia presunte manipolazioni del voto e chiede misure contro i leader dei partiti arabi; dall’altra Lapid e Golan, che vedono nella nuova maggioranza democratica a Washington un ulteriore segnale delle difficoltà politiche e diplomatiche di Netanyahu.
(con fonte AdnKronos)

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