Cultura
Pompei, riaperto dopo 2.000 anni un armadio: cosa nascondeva
Nella casa IX 11, 7 gli archeologi hanno recuperato cosmetici, monete, utensili e una collana di almeno 24 amuleti, forse legata all’infanzia di chi la custodiva
Un armadio rimasto sigillato per quasi duemila anni ha restituito a Pompei oggetti di uso quotidiano, monete e una collana di amuleti che potrebbe essere appartenuta a qualcuno durante l’infanzia. Il contenuto è emerso dagli scavi nella casa IX 11, 7, attribuita con cautela a Cornelius Maximus, lungo via dell’Abbondanza, una delle principali arterie dell’antica città sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Più che reperti isolati, gli oggetti compongono un inventario domestico che intreccia cura personale, attività economiche e possibili ricordi familiari.
Tra i materiali recuperati figurano una pinzetta, uno strumento per preparare o stemperare sostanze cosmetiche, un balsamario di vetro e un bruciaprofumi. Accanto a questi oggetti sono stati trovati una lucerna di bronzo, utilizzata per illuminare gli ambienti, e pesi di piombo che potrebbero essere serviti in un’attività commerciale. Erano custoditi in una piccola cassettina lignea, della quale rimangono soltanto tracce.
Il quadro è completato da vasi e pentole in bronzo, vetro e ceramica. Tra gli oggetti spicca un boccalino decorato con scaglie di pigna, testimonianza della varietà di forme e lavorazioni presenti anche negli utensili della vita quotidiana. Nel loro insieme, i reperti restituiscono l’immagine di una casa in cui convivevano esigenze pratiche, cura del corpo e attività lavorative.
La collana di amuleti e il possibile ricordo dell’infanzia
Il reperto più evocativo è una collana composta da almeno 24 elementi realizzati in faïence, osso, pasta vitrea e cristallo di rocca. Ogni elemento presenta un foro per essere appeso. Le decorazioni comprendono figure divine, tra cui Bes e Mercurio, ma anche mani, piedi, pigne e grappoli.
Oggetti di questo tipo sono stati talvolta interpretati come strumenti legati alla magia, a fatture o filtri. Gli studiosi li riconducono invece ai crepundia, termine latino che significa letteralmente «sonagli». Si trattava di collane di amuleti affidate ai bambini, concepite sia per offrire protezione attraverso simboli ritenuti efficaci sia per consentire agli adulti di percepirne i movimenti grazie al rumore prodotto dagli elementi appesi.
Questi oggetti potevano essere conservati anche dopo l’infanzia, riposti in sacchetti o piccoli contenitori. In una società caratterizzata da frequenti spostamenti, la loro funzione poteva andare oltre quella protettiva: per schiavi, lavoratori e commercianti lontani dai familiari e dai luoghi d’origine, un oggetto legato ai primi anni di vita poteva rappresentare un legame materiale con il proprio passato.
Non è possibile stabilire a chi appartenesse la collana rinvenuta a Pompei, né se fosse stata indossata dalla persona che la custodiva. La sua presenza nell’armadio lascia tuttavia aperta la possibilità che avesse conservato un significato affettivo, oltre al valore protettivo attribuito agli amuleti.
Le 38 monete mai recuperate
Nell’armadio è stato trovato anche un piccolo tesoro composto da 38 monete, tutte di bronzo. Erano conservate in una cistella, un contenitore intrecciato con materiale vegetale. Le analisi hanno permesso di esaminare i resti del recipiente e di ricavare informazioni sulle tecniche impiegate per realizzarlo.
Il mancato recupero delle monete e degli altri oggetti suggerisce che chi abitava la casa non abbia avuto il tempo di metterli al sicuro oppure non sia più riuscito a tornare. Non è possibile stabilire quale di queste circostanze si sia verificata.
Le ipotesi sulla sorte degli abitanti restano diverse. Se si trovavano a Pompei durante l’eruzione, potrebbero aver tentato la fuga; anche chi sopravvisse potrebbe non essere mai tornato. Altre testimonianze archeologiche documentano tentativi di recuperare beni rimasti sotto i depositi vulcanici. Non si può escludere, inoltre, che i proprietari siano morti nella catastrofe senza lasciare eredi.
Lo storico Tacito ricorda, in relazione ai beni delle vittime, l’ipotesi di una loro destinazione alla rifondazione di Pompei, progetto che non venne realizzato. Le monete rimaste nell’armadio diventano così una traccia concreta di una vicenda interrotta, senza che sia possibile ricostruirne con certezza il finale.
La casa di Cornelius Maximus e gli indizi sugli ultimi giorni
La scoperta offre nuovi elementi anche per comprendere la storia dell’edificio. La facciata della casa, attribuita dubitativamente a Cornelius Maximus sulla base di iscrizioni oggi non più visibili, era stata scavata nel 1912. L’indagine degli ambienti retrostanti è stata condotta soltanto ora, nell’ambito del progetto di restauro e miglioramento dell’accessibilità della vicina Insula dei Casti Amanti.
La conoscenza della dimora rimane parziale. Le pitture parietali di quarto stile presenti nell’ambiente in cui si trovava l’armadio sono attribuibili alla bottega di via di Castricio. La qualità delle decorazioni suggerisce un certo livello economico, coerente con la posizione centrale dell’abitazione, affacciata su via dell’Abbondanza.
Al momento dell’eruzione, tuttavia, la casa era interessata da lavori che dovevano incidere sulla normale vivibilità degli spazi. A raccontare un altro aspetto della vita nell’edificio sono i resti di almeno due topi, rinvenuti all’interno di un’anfora collocata su un soppalco.
Le analisi del laboratorio del Parco archeologico indicano che i roditori appartenevano verosimilmente al genere Apodemus sylvaticus, noto come topo selvatico. Entrambi erano giovani e non avevano ancora raggiunto la piena maturità. I loro scheletri sono stati ricostruiti a partire da 117 minuscoli frammenti ossei.
Questi animali frequentano abitualmente ambienti naturali e giardini, ma possono entrare nelle abitazioni, soprattutto nei sottotetti e negli spazi destinati alla conservazione delle provviste. I loro resti documentano quindi un aspetto meno noto della quotidianità pompeiana, fatta anche di problemi ordinari e ospiti indesiderati.
«Pompei non è soltanto un luogo di grandi opere d’arte: è anche un luogo in cui gli oggetti più comuni restituiscono la dimensione umana del passato. Il valore di questa scoperta sta nella possibilità di leggere insieme le diverse tracce di una vita: le abitudini personali, il lavoro, i ricordi. Non possiamo ricostruire con certezza l’identità di chi abitava la casa, ma questi frammenti ci avvicinano alla sua quotidianità», dichiara il direttore del Parco Archeologico, Gabriel Zuchtriegel.
(con fonte AdnKronos)
