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Trump rassicura sull’Iran, ma gli Usa colpiscono Qeshm prima del voto
Alla vigilia delle elezioni di metà mandato il presidente parla di una possibile intesa con Teheran, mentre il Wall Street Journal riferisce di un attacco americano nell’area dello Stretto di Hormuz
Il caro benzina rischia di trasformarsi nel principale conto politico della guerra in Iran per Donald Trump. Gli elettori americani arrivano alle urne con il costo della vita ancora al centro delle preoccupazioni e un giudizio sempre più negativo sull’operato della Casa Bianca. Le elezioni di metà mandato, in programma oggi negli Stati Uniti, diventano così un passaggio decisivo per la presidenza: i repubblicani devono difendere il controllo del Congresso mentre i democratici, secondo l’ultima rilevazione Nbc News, hanno sette punti di vantaggio nella scelta su quale partito dovrebbe guidarlo.
La questione energetica accompagna il voto fino alle ultime ore della campagna. Trump ha cercato di rassicurare gli americani sulla possibilità di un’intesa con Teheran, affidando a Truth Social un messaggio nel quale ha collegato il calo delle quotazioni petrolifere alle prospettive di una soluzione diplomatica. «I prezzi del petrolio stanno crollando come un sasso, quasi 10 dollari al barile, un record, perché la gente pensa che non ci sarà una guerra con l’Iran. L’Iran vuole una soluzione, il prima possibile. Potrebbe succedere», ha scritto alla vigilia di quelle che ha definito «le elezioni di metà mandato più importanti della nostra storia».
Nelle stesse ore, tuttavia, il Wall Street Journal ha riferito di un attacco americano contro l’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. La notizia arriva mentre il presidente manifesta ottimismo sui negoziati con Teheran e a ridosso dell’apertura dei seggi. Una contraddizione che si inserisce in una campagna nella quale la guerra è diventata uno dei temi più controversi. Trump, intanto, ha nuovamente attaccato i democratici, accusandoli di aver presentato «la lista di candidati più estremista e pericolosa della storia americana».
Il presidente ha difeso anche nei giorni precedenti la scelta militare sull’Iran, minimizzando le conseguenze economiche per i cittadini. Durante una tappa elettorale in North Carolina aveva definito il rincaro della benzina provocato dal conflitto «un piccolo prezzo da pagare» per impedire a Teheran di dotarsi di un’arma nucleare. «È un prezzo molto basso da pagare per quello che abbiamo fatto», aveva dichiarato, aggiungendo che sarebbe stato disposto ad accettare aumenti anche più consistenti.
Sabato, durante un comizio in Georgia, Trump è tornato sui vantaggi che la crisi starebbe producendo per l’industria energetica americana. «Stiamo facendo una fortuna», ha detto, riconoscendo che alcuni collaboratori gli avevano consigliato di non insistere sui guadagni del settore mentre gli automobilisti devono fare i conti con prezzi più alti. «Ma ho detto che non me ne importa un accidente. Lo dirò», ha aggiunto, promettendo una riduzione dei prezzi alla pompa. Già a settembre aveva previsto che le quotazioni del petrolio avrebbero cominciato a scendere «subito dopo le elezioni».
I democratici contestano questa linea e attribuiscono direttamente alla scelta di entrare in guerra l’aumento del costo dei carburanti. Il rincaro, secondo l’opposizione, contraddice le promesse del presidente di alleggerire il costo della vita e si aggiunge all’aumento delle spese per alimentari e altri beni di consumo. Il problema, inoltre, non riguarda soltanto chi fa rifornimento: benzina e diesel più cari incidono sui trasporti delle merci e sui costi di produzione, con possibili ripercussioni anche sui prezzi nei supermercati. La Casa Bianca sostiene invece che i carburanti torneranno a costare meno una volta concluso il conflitto e rivendica i risultati della propria strategia energetica.
Le differenze territoriali sono significative. Secondo i dati dell’American Automobile Association diffusi l’8 ottobre, la California registrava il prezzo medio più elevato, pari a 6,34 dollari al gallone. Seguivano le Hawaii con 5,63 dollari, lo Stato di Washington con 5,46 e il Nevada con 5,45. Sono mercati nei quali il costo del pieno pesa sensibilmente sui bilanci familiari. Ma il malcontento può avere conseguenze politiche anche negli Stati in cui la competizione è più serrata, soprattutto dove il diesel rappresenta un costo rilevante per attività economiche e filiere locali.
Ohio, Texas e Iowa sono tra i territori osservati con maggiore attenzione. Qui i repubblicani devono affrontare sfide elettorali molto combattute, secondo i sondaggi, mentre il rincaro del carburante colpisce settori importanti dell’economia. In Ohio un elettore ha raccontato di essersi avvicinato maggiormente ai democratici dopo aver contestato la decisione di Trump di entrare in guerra: «Dove sono i repubblicani al Congresso? Perché non chiedono conto a Trump delle sue decisioni?». Dubbi emergono anche tra alcuni sostenitori del presidente. Un elettore del Michigan, riferendosi alla spesa per il pieno, si è domandato: «A un certo punto bisogna chiedersi: ne vale la pena?».
A rendere più difficile la vigilia repubblicana sono soprattutto i numeri dell’ultima rilevazione nazionale di Nbc News, condotta tra il 28 e il 30 ottobre. Il 52% degli elettori registrati preferisce un Congresso controllato dai democratici, contro il 45% che vorrebbe una maggioranza repubblicana. Gli indecisi sono il 3%. Il vantaggio dell’opposizione è cresciuto di due punti rispetto a settembre e raggiunge 21 punti tra gli elettori indipendenti.
Anche il giudizio personale sul presidente mostra una forte difficoltà. Il gradimento di Trump si ferma al 40%, mentre la disapprovazione arriva al 60%, il livello più alto registrato nella rilevazione. Il 64% degli intervistati ritiene che non abbia mantenuto le aspettative, contro il 34% che esprime un giudizio positivo. Il 70% considera sbagliata la direzione presa dagli Stati Uniti, nove punti in più rispetto a un anno fa, e circa due elettori su tre chiedono un cambiamento rispetto alle politiche dell’amministrazione.
Il malessere riguarda soprattutto l’economia domestica. Circa tre elettori su quattro si dichiarano insoddisfatti della situazione del Paese e, per la prima volta nei trent’anni di rilevazioni Nbc, la quota di chi giudica negativamente le proprie condizioni finanziarie supera quella dei soddisfatti: 51% contro 49%. Inflazione e costo della vita restano le preoccupazioni principali. I democratici hanno un vantaggio di un punto sulla gestione dell’inflazione, mentre i repubblicani conservano un margine di due punti sull’economia e di cinque sulla corruzione.
Il quadro presenta però un elemento meno favorevole all’opposizione: nonostante il vantaggio nella corsa per il Congresso, il Partito democratico raccoglie soltanto il 29% di giudizi positivi, contro il 38% del Partito repubblicano. La partecipazione, intanto, si annuncia elevata. Il 70% degli intervistati assegna un punteggio di 9 o 10 su 10 al proprio interesse per il voto e, tra gli elettori più coinvolti, i democratici sono avanti di 12 punti. All’interno del campo repubblicano resta inoltre una distanza significativa tra le diverse componenti: Trump mantiene un gradimento del 93% tra gli elettori dell’area Maga, ma la percentuale scende al 54% tra quelli che non si riconoscono nel movimento.
(con fonte AdnKronos)

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