Primo Piano
Israele, l’opposizione può fermare Netanyahu ma deve aprirsi ai partiti arabi
Ra’am e Lista Unita potrebbero mettere a disposizione 19 seggi. Eisenkot, Bennett e Liberman devono decidere se accettare il loro sostegno o rischiare di lasciare il premier al governo
I numeri per mandare a casa Benjamin Netanyahu potrebbero esserci. Quello che manca è un accordo su chi abbia titolo per contribuire a farlo. È il paradosso uscito dalle elezioni israeliane: una netta maggioranza degli elettori ha votato per partiti contrari alla permanenza del premier al potere, ma una parte dei suoi avversari si rifiuta di considerare i parlamentari arabi interlocutori legittimi. Così Netanyahu potrebbe restare alla guida del Paese non perché l’opposizione sia necessariamente troppo debole in Parlamento, ma perché non riesce a decidere se accettare l’aiuto necessario per sostituirlo.
La scelta pesa soprattutto su tre leader: Gadi Eisenkot, Naftali Bennett e Avigdor Liberman. Se vogliono costruire una maggioranza alternativa, dovranno fare i conti con Ra’am e Lista Unita, le due formazioni a maggioranza araba che hanno ottenuto un risultato senza precedenti. Ma Eisenkot e diversi suoi potenziali alleati si sono impegnati durante la campagna a non fare affidamento sui loro parlamentari. Rivedere quella posizione potrebbe aprire la strada a un nuovo governo; mantenerla, invece, rischia di vanificare il risultato elettorale e lasciare l’onnipresente Netanyahu in carica.
I dati parziali pubblicati dalla Commissione elettorale centrale con l’85,6% delle schede scrutinate, attribuivano 53 seggi al blocco che fa capo al premier uscente e 48 a quello di opposizione guidato da Eisenkot con il partito Yashar. Alla Lista Unita sono attesi 12 seggi, a Ra’am sette. Insieme arriverebbero a 19 parlamentari, contro i cinque che ciascuna delle due formazioni detiene nella Knesset uscente. Il precedente record combinato, stabilito nel 2020, era di 15 seggi. Sommando l’opposizione sionista legata al “Sionismo Istituzionale e della Sicurezza Nazionale”(National-Security Zionism) con le forze arabe, le proiezioni indicano una possibile maggioranza di 66 deputati su 120.
L’affluenza eccezionale degli elettori arabi ha contribuito a spostare gli equilibri. La mobilitazione è stata alimentata dalla profonda ostilità verso il governo e verso i ministri di estrema destra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich. Il risultato, però, non risolve il problema che da anni condiziona la politica israeliana: la riluttanza di una parte dei partiti sionisti a stringere accordi con i rappresentanti arabi. Netanyahu, pur essendo alla guida del partito più grande, non dispone di una strada chiara per ampliare il proprio schieramento oltre gli alleati di estrema destra e ultraortodossi, indispensabili per raggiungere la soglia di 61 seggi richiesta per una maggioranza parlamentare. L’opposizione può provare a sostituirlo, ma non senza mettere in discussione i propri veti.
Il fallimento di un’intesa lascerebbe aperte due strade: nuove elezioni oppure un governo di unità nazionale con lo stesso Netanyahu. In entrambi i casi il premier resterebbe al potere almeno nel breve periodo. Per gli elettori che sono andati alle urne in numero straordinario proprio per ottenere un cambiamento, sarebbe un esito potenzialmente frustrante. Ma anche l’eventuale accordo con i partiti arabi comporterebbe un prezzo politico: Eisenkot, Bennett e Liberman rischierebbero di perdere una parte dei propri sostenitori se rinnegassero le promesse fatte durante la campagna. Il dilemma non riguarda quindi soltanto la possibilità aritmetica di formare una maggioranza, ma la disponibilità dei leader a sostenere le conseguenze di questa eventuale scelta.
Un governo di minoranza potrebbe offrire una via d’uscita. Secondo la legge israeliana, un esecutivo non deve necessariamente disporre di 61 voti favorevoli per entrare in carica, purché ottenga la fiducia della Knesset. Eisenkot potrebbe tentare di formare un governo con la partecipazione di Ra’am e l’appoggio esterno della Lista Unita.
La disponibilità di Ra’am è stata esplicitata dal suo presidente, Mansour Abbas, che ha dichiarato di essere pronto a partecipare pienamente a una coalizione guidata da Eisenkot, a condizione che ci siano le condizioni per renderla praticabile. Dopo la diffusione degli exit poll di martedì, Abbas ha detto a Canale 12: «Tutti ci stanno contattando, non solo quelli del “blocco del cambiamento”». La frase lasciava intendere che il dialogo coinvolgesse anche esponenti del campo di Netanyahu. Abbas ha poi chiarito che a contattarlo era stato il Likud.
Il precedente rende la posizione del premier meno lineare di quanto suggeriscano le sue successive dichiarazioni contro i partiti arabi. Dopo le elezioni del 2021, fu infatti Netanyahu a corteggiare Abbas e a contribuire per primo a legittimare Ra’am come potenziale alleato di governo. Il partito islamista entrò poi nell’esecutivo guidato da Bennett e Lapid. Non è chiaro se oggi Netanyahu rifiuterebbe il sostegno di Ra’am qualora gli offrisse la possibilità di restare al potere per un altro mandato.
Abbas ha lavorato per rendere il proprio partito più accettabile agli elettori ebrei e ai possibili partner di coalizione. É stata la prima formazione a maggioranza araba a entrare in un governo israeliano, nel 2021. In seguito Abbas ha scelto come numero due del partito Yoav Segalovitz, ex parlamentare di Yesh Atid e viceministro della Pubblica sicurezza, esponente del sionismo ebraico. Durante l’estate, la formazione ha inoltre interrotto formalmente la propria subordinazione politica al Consiglio della Shura, l’organismo religioso che in precedenza orientava le sue decisioni, nel tentativo di affermarsi come partito più indipendente.
Anche la Lista Unita ha messo a disposizione la propria forza parlamentare per favorire un’alternativa. Mercoledì il presidente Yousef Jabareen ha dichiarato che chi vuole sostituire Netanyahu dovrà confrontarsi con la coalizione. «Chiunque voglia offrire un’alternativa sostanziale e autentica al governo sanguinario di Netanyahu dovrà parlare con noi per spianare la strada al cambiamento che il popolo israeliano desidera ardentemente», ha detto a Canale 13, promettendo di «sfruttare il potere politico» per rimuovere dal governo Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich.
La Lista Unita riunisce i partiti Hadash, comunista, Ta’al, nazionalista arabo, e Balad, nazionalista palestinese. Storicamente si è rifiutata di entrare in governi a guida sionista e soltanto in rare occasioni ha sostenuto candidati alla formazione di un esecutivo: tra queste, i tentativi falliti di Benny Gantz di sostituire Netanyahu nel 2019 e nel 2020. Dopo quattro anni di governo criticato dagli elettori arabi per le politiche e la retorica rivolte alle loro comunità, tanto la Lista Unita quanto Ra’am considerano la rimozione del premier una priorità, prima ancora di definire i termini di una nuova coalizione.
Il confronto tra partiti arabi e opposizione sionista potrebbe produrre risultati anche senza la nascita immediata di un nuovo governo. Entrambi gli schieramenti intendono sfruttare la propria maggioranza parlamentare per sostituire Amir Ohana, del Likud, alla presidenza della Knesset. Il controllo di quell’incarico permetterebbe agli avversari di Netanyahu di influenzare l’agenda legislativa anche se il premier rimanesse alla guida di un governo di transizione. Tra le iniziative che potrebbero promuovere c’è una legge per istituire una commissione d’inchiesta statale sull’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
Prima di aderire a una coalizione anti-Netanyahu, Ra’am potrebbe inoltre chiedere un incarico ministeriale o da viceministro presso il Ministero della Sicurezza Nazionale. Le due formazioni arabe cercherebbero anche impegni sulle questioni più urgenti per le loro comunità: dalla criminalità organizzata, descritta come dilagante, alla carenza di alloggi, dalla discriminazione alla cronica mancanza di investimenti. Il peso acquisito alle urne dà loro una maggiore capacità negoziale, ma la possibilità di trasformarla in influenza concreta dipende dalla volontà dei potenziali alleati di riconoscerne il ruolo.
È proprio il riconoscimento politico a restare al centro dello scontro. Da anni Netanyahu contribuisce a dipingere i parlamentari arabi come partner illegittimi, escludendo di fatto dal governo i rappresentanti di circa un quinto della popolazione israeliana. Yair Golan, leader dei Democratici, ha contestato questa impostazione definendola un doppio standard razzista: il premier delegittima i partiti arabi mentre si affida alle formazioni ultraortodosse non sioniste, che sostengono l’esenzione dalla leva militare per le proprie comunità.
Un’intesa, tuttavia, non garantirebbe la stabilità del nuovo esecutivo. Anche se Eisenkot accettasse di includere Ra’am o di fare affidamento sui partiti arabi, nel suo stesso partito Yashar potrebbero opporsi parlamentari di destra e religiosi. Il rischio è che una maggioranza costruita con fatica si disgreghi una volta formata. È quanto accadde al governo guidato da Bennett nel 2021-2022, che comprendeva Ra’am e finì per dissolversi dopo le defezioni di parlamentari di destra come Amichai Chikli e Idit Silman, successivamente entrati nel Likud.
Le nuove elezioni non offrirebbero garanzie di ripetere il risultato di martedì. Non è detto che l’affluenza resti altrettanto alta, soprattutto tra gli elettori arabi e tra le decine di migliaia di israeliani che, secondo quanto riferito, si sono recati alle urne dall’estero. Una parte degli elettori potrebbe inoltre punire i leader dell’opposizione, ritenendoli responsabili di aver sprecato l’occasione per sostituire Netanyahu. Anche un governo di unità nazionale avrebbe conseguenze pesanti per Eisenkot: significherebbe tradire il principio centrale della sua campagna e rischiare di compromettere il proprio consenso.
Il precedente è quello di Benny Gantz, che nel 2020 accettò di entrare in un governo di rotazione con Netanyahu, salvo vedere l’esecutivo dissolversi prima di poter assumere la carica di primo ministro. Una scelta analoga esporrebbe Eisenkot alla critica di aver rinunciato al cambio di governo pur di trovare un compromesso con il premier che aveva promesso di sostituire.
Resta così una questione politica prima ancora che numerica. I partiti arabi hanno conquistato una forza parlamentare inedita e offerto il proprio sostegno a un’alternativa, ma non possono imporre da soli la collaborazione che potrebbe portare Netanyahu fuori dal governo. Senza un’apertura da parte di Eisenkot, Bennett e Liberman, il voto contrario al premier rischia di non tradursi in un cambio di maggioranza, facendolo così restare al potere proprio perché i suoi avversari non sono disposti a sedersi allo stesso tavolo con chi potrebbe aiutarli a sostituirlo.
(Photo: © AndKronos)
