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Accordo Iran-Usa, Trump annuncia la firma ma Teheran frena: “Non è ancora definito”
Washington parla di intesa imminente e apertura dello Stretto di Hormuz, ma l’Iran smentisce tempi e contenuti del memorandum
Il conto alla rovescia per la firma dell’accordo tra Iran e Stati Uniti entra in una fase decisiva, ma resta segnato da versioni contrastanti tra Washington e Teheran su tempi e contenuti dell’intesa.
A rilanciare l’ipotesi di una firma imminente è stato il presidente americano Donald Trump, che in un post su Truth ha indicato come “prevista domani” la sottoscrizione dell’accordo, aggiungendo che “subito dopo lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti”. Un passaggio che collega direttamente l’intesa alla sicurezza della navigazione in uno dei punti più strategici per il commercio globale.
Nel suo intervento, Trump ha anche criticato il precedente accordo sul nucleare del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action, firmato durante la presidenza di Barack Obama. Secondo l’attuale presidente, quell’intesa avrebbe favorito il percorso iraniano verso l’arma nucleare, mentre il nuovo accordo rappresenterebbe “l’esatto opposto: un muro contro la bomba”. Trump ha inoltre escluso trasferimenti economici a Teheran e ha evocato, in caso di mancata cooperazione, l’uso della forza per neutralizzare le scorte di uranio arricchito.
Parallelamente, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha confermato il clima di ottimismo, parlando di parti “più vicine che mai a un accordo di pace” e indicando una possibile finalizzazione entro 24 ore, seguita da firma elettronica e colloqui tecnici. Il Pakistan svolge un ruolo centrale nella mediazione tra Washington e Teheran, e il suo annuncio è stato rilanciato dallo stesso Trump.
Di segno opposto la posizione iraniana. Il portavoce del ministero degli Esteri Ismail Baghaei ha escluso una firma immediata, chiarendo che il memorandum “non è un accordo definitivo”, ma un documento che stabilisce principi generali per la cessazione delle ostilità. Non esiste, al momento, una data ufficiale per la sottoscrizione.
Secondo Teheran, l’obiettivo prioritario resta il consolidamento della fine del conflitto su tutti i fronti, incluso il Libano, mentre la questione nucleare sarà affrontata in una fase successiva, entro 60 giorni. Una posizione che evidenzia una distanza sostanziale rispetto alla narrativa americana.
Ulteriori segnali di scetticismo arrivano anche dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, che ha definito l’insistenza di Trump sulla firma un “test” per il team negoziale iraniano, escludendo categoricamente una sottoscrizione immediata e ipotizzando motivazioni politiche legate alla comunicazione interna americana.
Sul piano operativo, una delegazione iraniana guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi è attesa in Pakistan per seguire i colloqui tecnici. Intanto, secondo fonti internazionali, un possibile incontro diretto tra rappresentanti di alto livello di Stati Uniti e Iran potrebbe svolgersi nei prossimi giorni in Svizzera.
La scelta di una firma virtuale nasce da esigenze logistiche e di calendario. Il vicepresidente americano JD Vance non potrà partecipare a una cerimonia in presenza in Europa, anche per la concomitanza con gli impegni di Trump, atteso al vertice del G7. La soluzione digitale viene considerata il modo più rapido per consolidare l’intesa ed evitare rallentamenti.
Nel frattempo, Israele osserva con preoccupazione gli sviluppi. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha convocato il gabinetto di sicurezza, mentre il leader dell’opposizione Yair Lapid ha criticato duramente l’accordo, ritenendolo pericoloso per la sicurezza nazionale. Secondo fonti israeliane, i termini del memorandum favorirebbero le richieste iraniane.
Sul fronte europeo, il premier britannico Keir Starmer ha espresso sostegno agli sforzi diplomatici di Washington, sottolineando la necessità che qualsiasi accordo garantisca stabilità duratura e libertà di navigazione.
Resta quindi un quadro fluido, in cui alla pressione politica per chiudere rapidamente l’intesa si contrappone la cautela iraniana. La firma appare possibile nei prossimi giorni, ma non nei tempi indicati da Washington, e soprattutto su basi ancora non del tutto condivise.
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(con fonte AdnKronos)
