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Iran, inflazione all’87,9% e salari erosi: così la guerra mette in ginocchio le famiglie
Secondo quanto ricostruito da Reuters, dopo mesi di guerra con gli Stati Uniti l’Iran deve fare i conti con infrastrutture danneggiate, commercio interrotto, produzione in calo e un’inflazione sempre più pesante. A Teheran cresce il timore che nuove misure economiche americane possano alimentare il malcontento interno
La guerra non ha piegato l’Iran, almeno non ancora. Ma mentre i vertici della Repubblica Islamica rivendicano la capacità di resistere agli Stati Uniti e di mantenere il controllo dello Stretto di Hormuz, sul fronte interno la situazione economica continua a deteriorarsi.
È questo il timore che emerge dalle testimonianze raccolte da Reuters tra funzionari iraniani e cittadini comuni: nuove misure economiche annunciate da Donald Trump potrebbero aggravare una crisi già profonda, alimentando nuovamente il malcontento sociale e mettendo ulteriormente alla prova la legittimità del regime.
Venerdì il presidente americano ha promesso di colpire duramente l’Iran sul piano economico. Il giorno precedente, il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva annunciato che Washington avrebbe introdotto già dalla settimana successiva misure “mai viste prima”. Gli Stati Uniti, però, non hanno ancora chiarito in cosa consisteranno.
Per Teheran il problema arriva in un momento particolarmente delicato. Il Paese è entrato in guerra con un’inflazione già elevata, una valuta debole, carenze energetiche, sanzioni e profonde fragilità strutturali. Ora deve aggiungere alla lista le conseguenze del conflitto: infrastrutture danneggiate, commercio rallentato, produzione perduta e costi sempre più elevati per la ricostruzione.
L’economia già in difficoltà prima della guerra
La pressione si riflette nelle storie delle persone che ogni giorno devono fare i conti con un’economia sempre più difficile da sostenere.
Arshia, ingegnere civile di Isfahan, ha lavorato per dieci anni nel settore delle costruzioni. La guerra ha però bloccato o rallentato gran parte dei progetti, lasciandolo con poche possibilità di trovare un nuovo impiego. “Sono preoccupato. Se Trump impone altre sanzioni, come farà a sopravvivere la gente comune? Non voglio che il mio Paese venga punito militarmente o economicamente. Stiamo già facendo fatica”, ha raccontato a Reuters.
La sua condizione riflette quella di molti altri lavoratori. I raid statunitensi e israeliani hanno danneggiato fabbriche, centrali elettriche, infrastrutture di trasporto e altri impianti essenziali, aumentando la pressione su un’economia che già prima del conflitto presentava gravi problemi.
Anche Mohsen, 53 anni, ha perso la propria attività. Gestiva una piccola impresa di import-export con i Paesi del Golfo, ma le conseguenze della guerra lo hanno costretto a chiuderla.
“Ho dovuto licenziare 10 dipendenti. È stato doloroso, ma non avevo scelta. Non potevo più permettermi di pagare i loro stipendi, e ora faccio affidamento sui miei risparmi per mantenere la mia famiglia”, ha raccontato da Bandar Abbas.
Inflazione e prezzi, la pressione sulle famiglie
I numeri spiegano meglio di qualsiasi altra cosa la difficoltà vissuta dalla popolazione. Secondo il Centro Statistico dell’Iran, a luglio il tasso di inflazione annuale ha raggiunto il 66%. I prezzi al consumo sono invece risultati dell’87,9% più alti rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Ancora più pesante il dato relativo agli alimentari, con un’inflazione annua arrivata al 128%. Per molte famiglie significa ridurre anche le spese essenziali.
“Mi vergogno davanti ai miei figli. Il mio stipendio svanisce in pochi giorni. Carne e pollo sono scomparsi dalla nostra tavola. Non ho idea di come faremo a tirare avanti”, ha raccontato Hossein, dipendente pubblico di Yazd.
Anche il costo delle abitazioni continua a crescere. Gli affitti erano aumentati del 31% su base annua a marzo, secondo il Centro Statistico, mentre i media statali hanno riferito che i prezzi delle case a Teheran sono circa il 50% più alti rispetto allo scorso anno.
Il salario minimo è stato aumentato di circa il 60% quest’anno, ma l’indebolimento del rial ha cancellato una parte significativa di quell’incremento. In termini di dollari, il salario minimo è passato da circa 105 a 86 dollari dalla fine di marzo.
Il lavoro non basta più
La svalutazione della moneta sta modificando anche la vita di chi aveva un reddito più elevato.
Bijan, 40 anni, guadagnava circa 1.000 dollari al mese quando aveva iniziato a lavorare come ingegnere 15 anni fa. Oggi si mantiene soprattutto attraverso le ripetizioni online. Lui e la moglie arrivano con difficoltà a circa 400 dollari al mese e hanno lasciato Teheran per trasferirsi in una provincia dove il costo della vita è più basso.
“Prima lavoravo forse cinque o sei ore al giorno… Ora si tratta solo di lavorare o cercare lavoro, o sentirsi ansiosi per non avere abbastanza lavoro”, ha detto.
La guerra rende inoltre sempre più difficile programmare il futuro. E proprio questo elemento, secondo le fonti citate da Reuters, preoccupa i vertici iraniani: il peggioramento delle condizioni economiche potrebbe trasformare il malcontento in nuove proteste.
Teheran teme una nuova ondata di proteste
Secondo due fonti interne e un ex funzionario iraniano citati da Reuters, il rischio più serio per il governo non sarebbe soltanto la crisi economica in sé, ma la possibilità che le difficoltà riaccendano le proteste di massa.
Tra i segnali di questa preoccupazione viene indicata la recente nomina di Hossein Taeb alla guida dei Basij, la milizia volontaria paramilitare legata al potente Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC).
Basij e IRGC sono già stati impiegati dalle autorità iraniane per reprimere precedenti manifestazioni.
Le proteste legate alle condizioni economiche hanno più volte assunto una dimensione nazionale negli ultimi anni. A gennaio, secondo quanto riportato nel testo da Reuters, le manifestazioni sono state represse dall’IRGC e dai Basij, con migliaia di morti.
Negli ultimi mesi, inoltre, secondo i gruppi per i diritti umani, le autorità hanno intensificato esecuzioni, arresti, convocazioni e condanne nei confronti di giornalisti, avvocati, attivisti, difensori dei diritti umani e studenti.
I funzionari iraniani sostengono che queste misure siano necessarie per garantire la stabilità durante la guerra. I critici, invece, ritengono che possano allargare ulteriormente la distanza tra la leadership religiosa e una popolazione già provata dalla crisi economica.
Anche i trasporti fanno salire i prezzi
A complicare ulteriormente la situazione c’è il blocco delle principali rotte commerciali.
L’Iran ha cercato di mantenere attivo il flusso delle merci essenziali utilizzando percorsi alternativi, compresi i corridoi terrestri e il Mar Caspio. Ma anche queste vie sono diventate più difficili da utilizzare.
Gli attacchi contro i ponti hanno interrotto alcuni collegamenti terrestri, aumentando sia i tempi sia i costi necessari per trasportare le merci all’interno del Paese.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riconosciuto pubblicamente la gravità della situazione. La scorsa settimana ha affermato che i problemi del Paese “si sono moltiplicati diverse volte”, mentre le entrate sono diminuite.
Le merci che prima arrivavano via mare devono ora percorrere itinerari più lunghi per raggiungere l’Iran. Questo si traduce in costi maggiori. Allo stesso tempo, Teheran vende meno petrolio e incassa meno tasse dalle imprese colpite o messe in difficoltà dalla guerra.
Benzina, un’altra emergenza
Il blocco ha avuto conseguenze anche sulle forniture di carburante.
Secondo quanto dichiarato sabato dal parlamentare Reza Sepahvand all’agenzia iraniana ILNA, le importazioni di benzina sono state di fatto interrotte. La produzione interna avrebbe raggiunto il limite di circa 130 milioni di litri al giorno, a fronte di un consumo di circa 137 milioni di litri.
È un altro squilibrio che si aggiunge a una situazione economica già estremamente fragile.
Per la leadership iraniana, quindi, la sfida non riguarda soltanto la capacità di sostenere il conflitto sul piano militare. Il problema è anche ciò che accade dentro il Paese: un’economia sotto pressione, una popolazione che perde potere d’acquisto e il timore che il malcontento possa trasformarsi nuovamente in protesta.
L’eventuale introduzione delle nuove misure economiche americane minacciate da Trump potrebbe rendere ancora più difficile la gestione di una crisi che, già prima dell’annuncio di Washington, aveva iniziato a pesare pesantemente sulla vita quotidiana degli iraniani.
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(con foto AdnKronos)
