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Ambiente-Sostenibilità

Climate quitting: di cosa si tratta?

Forse vi sarà capitato di sentir parlare di climate quitting o forse no, in ogni caso cerchiamo di inquadrare un fenomeno in decisa crescita, che ha molto a che fare con l’impegno delle aziende nella sostenibilità e che evidenzia come i temi ambientali siano diventati prioritari per molti di noi. In sintesi, con il termine “climate quitting” si intende quel fenomeno secondo cui un lavoratore non accetta di lavorare per un’azienda che non sia climate friendly, ovvero che non sia impegnata in azioni concrete di sostenibilità ambientale e climatica, al punto da rassegnare le dimissioni o da non accettare un’offerta di lavoro qualora sia in cerca di occupazione. Il fenomeno, come prevedibile, interessa principalmente le nuove generazioni, specie la Generazione Z che percepisce come urgente agire in modo responsabile verso le tematiche ambientali non solo nella vita personale ma anche in quella professionale.

Origine e impatto del climate quitting

Il climate quitting è strettamente correlato ai cambiamenti climatici e alla responsabilità personale nel cercare azioni concrete per contrastarli. In anni recenti tale fenomeno è stato implementato dalla possibilità di accedere alle informazioni e alla valorizzazione della responsabilità ambientale e sociale delle imprese. Alla base del climate quitting le motivazioni sono personali, ma molto spesso indicano la volontà di far collimare aspirazioni professionali e valori personali, oltre che reagire, in un certo senso, alla frustrazione derivante dal greenwashing messo in atto da numerose aziende che dichiarano pubblicamente un determinato livello di impegno sui temi ESG salvo poi operare in tutt’altra direzione. L’impatto del climate quitting specie considerando che il fenomeno è in crescita, è tutt’altro che trascurabile per il mondo delle imprese, al punto che potrebbe spingere diverse aziende a rivedere le proprie politiche ambientali per evitare di perdere i migliori talenti professionali, oltre che per migliorare la propria immagine pubblica. Parlando di prospettive, lo scenario più probabile indicato anche da più d’uno studio, intravede un aumento di lavoratori con posizioni decise in quanto a impegno ambientale dei propri datori di lavoro che potrebbe contribuire ad accelerare la trasformazione delle pratiche aziendali. Anche a livello di job searching, il climate quitting potrebbe indirizzare le ricerche di profili professionali gratificanti a livello personale ma che contribuiscano a costruire una società migliore. Senza contare che anche la sfera normativa potrebbe essere influenzata da tale fenomeno, visto che l’ambientalismo oggi rappresenta un movimento diffuso e non più di nicchia, i cui fondamenti sono condivisi da un numero crescente di persone.

I dati del fenomeno

Il 65% dei giovani under 30 considera importante che la propria attività professionale abbia un impatto positivo sull’ambiente e sulla società. È quanto emerge dall’Osservatorio Hr del Politecnico di Milano che, tra l’altro segnala come tra gli under 30 che cambiano lavoro, l’11% sia motivato da questioni di sostenibilità aziendale. Un dato in crescita di 4 punti percentuali rispetto alla rilevazione effettuata nel 2022. Risultati simili sono stati riscontrati in una ricerca sociale condotta nel 2023 da Kpmg su un campine di 6.000 studenti e lavoratori del Regno Unito. Il 20% del campione è disposto a rifiutare un posto di lavoro fisso all’interno di un’azienda che non abbia chiaramente preso impegni verso la sostenibilità e i temi ESG. Una percentuale che raggiunge il 33% dei giovani di età compresa tra 18 e 24 anni. La stessa ricerca sottolinea come l’82% del campione ritiene importante che i propri valori siano allineati con quelli dell’azienda dove lavora o dove vorrebbe lavorare, quota che raggiunge addirittura il 92% tra i membri della Generazione Z. Inoltre, tra coloro che già lavorano, oltre la metà dichiara che la propria azienda dovrebbe impegnarsi maggiormente sulle tematiche ESG.

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(AdnKronos)

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