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Accordo Usa-Danimarca-Groenlandia: ecco cosa contiene il testo
Il patto amplia la presenza militare americana, vieta basi e investimenti di Paesi non Nato senza il via libera dei tre firmatari e riconosce il diritto all’autodeterminazione dei groenlandesi
Dieci pagine, negoziate per mesi dai diplomatici e portate all’attenzione di Donald Trump nel momento ritenuto più opportuno. È il contenuto dell’accordo firmato al Palazzo di Vetro da Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia, un’intesa definita «fantastica» dal presidente americano. Trump sembra aver ottenuto la possibilità di ampliare la presenza militare statunitense sull’isola artica che nei mesi scorsi aveva minacciato di invadere e occupare per assicurarne il controllo, arrivando a mettere a dura prova la tenuta dell’Alleanza Atlantica.
«Il possesso ti dà cose ed elementi che non si possono avere firmando un documento che dice che puoi avere una base», diceva il tycoon lo scorso gennaio, spiegando la necessità, a suo giudizio, di fare della Groenlandia un territorio americano. Martedì, invece, è stato proprio Trump a firmare a New York l’accordo. Un testo che, in realtà, non nasce da zero: si tratta di «un emendamento e un supplemento» al patto sottoscritto da Stati Uniti e Danimarca nel 1951.
Per mesi esperti e diplomatici avevano ricordato che quell’intesa già garantiva agli Stati Uniti la possibilità di costruire basi militari e di intervenire sulla sicurezza della regione. La novità più rilevante del nuovo accordo è quindi il coinvolgimento diretto della Groenlandia.
L’isola ha infatti firmato il testo che da una parte riafferma esplicitamente la sovranità danese sulla Groenlandia, dall’altra riconosce il diritto all’autodeterminazione dei groenlandesi, compresa la possibilità di scegliere l’indipendenza dalla Danimarca.
Trump ha sostenuto che l’accordo permetterà a Washington di realizzare due basi militari «molto importanti» in Groenlandia. Dal testo diffuso dal governo danese, tuttavia, emerge che si tratterebbe dell’ampliamento di strutture militari già esistenti o utilizzate in passato.
La prima area individuata è Nasarsuaq, nel sud dell’isola, dove gli Stati Uniti disponevano della base American Blue West One, chiusa negli anni Cinquanta. La seconda è Mestersvig, nella parte orientale della Groenlandia, dove oggi si trova la base di un’unità dell’esercito danese dotata di slitte trainate da cani.
Gli Stati Uniti avranno «libero accesso» ai collegamenti aerei, terrestri e marittimi tra le due basi. Potranno inoltre realizzare nuove strutture destinate ai droni. Sulla costruzione e sulla localizzazione di queste strutture, però, l’ultima parola spetterà alle autorità danesi e groenlandesi.
L’intesa risponde così alla richiesta di Trump di ampliare la presenza militare americana sull’isola, oggi concentrata soprattutto nella Pituffik Space Base, costruita nel 1953 nel nord della Groenlandia, a poco più di mille chilometri dal circolo polare artico. La base ospita un contingente di circa 150 militari impegnati nel funzionamento di un sito di monitoraggio dei missili balistici, con il compito di proteggere il Nord America da eventuali attacchi condotti con missili a lungo raggio.
La presenza militare americana in Groenlandia, però, ha avuto dimensioni ben maggiori in passato. Durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti arrivarono a schierare sull’isola 25mila militari e 17 basi. È uno degli elementi che spiegano perché l’accordo del 1951 consentisse già una presenza americana rafforzata e perché, secondo quanto ricordato per mesi da esperti e diplomatici, molte delle richieste avanzate oggi da Trump fossero già previste dall’intesa originaria.
Sono invece nuove le clausole pensate per impedire a potenziali rivali e avversari, in particolare Russia e Cina, di acquisire un ruolo militare o economico in Groenlandia.
Il nuovo testo vieta a Paesi non appartenenti alla Nato di stabilire basi militari sull’isola, dispiegare truppe o avviare investimenti nel settore dei minerali critici e dell’industria mineraria senza il permesso esplicito dei tre Paesi firmatari: Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia.
«Questo accordo affronta in modo permanente e completo le nostre preoccupazioni di sicurezza riguardo alla Groenlandia», ha dichiarato il segretario di Stato americano Marco Rubio, che ha guidato i negoziati. Il riferimento è alle preoccupazioni sulla sicurezza dell’isola espresse ripetutamente da Trump.
Il presidente americano aveva più volte sostenuto che la presenza russa e cinese nella regione costituisse una minaccia. «Se guardate ora intorno alla Groenlandia, ci sono cacciatorpedinieri russi, cinesi, ci sono sottomarini russi ovunque, noi non permetteremo che la Russia e la Cina occupino la Groenlandia», era stato il suo ritornello.
Affermazioni che, nel testo, vengono contrapposte alla posizione espressa dalla Nato. I diplomatici dell’Alleanza continuavano infatti a sostenere di «non vedere nessuna attività cinese» intorno alla Groenlandia e che i movimenti russi nell’area non fossero cambiati in modo significativo.
Resta poi la questione dei costi. Nell’annunciare l’accordo con un post venerdì scorso, Trump aveva scritto che «non ci saranno costi per gli Stati Uniti» per la costruzione delle basi e per l’espansione della presenza militare americana in Groenlandia.
Il punto, però, resta aperto. Come sottolineato da Politico, non è chiaro cosa significherà concretamente quella dichiarazione qualora il Pentagono procedesse, come previsto, alla realizzazione sui vecchi siti di basi dotate di nuovi sistemi di difesa aerea e radar. Interventi di questo tipo comporterebbero costi di costruzione ingenti. Nell’accordo, inoltre, non sono indicate modalità per la condivisione delle spese tra i Paesi firmatari.
Resta infine la valutazione degli analisti sull’esito politico dell’intesa. «Leggendo l’accordo, uno si chiede perché tanto rumore per così poco che poteva essere fatto dall’inizio. E penso anche che la Danimarca abbia giocato molto bene, in modo pulito e diplomatico, qualcuno potrebbe parlare del tocco europeo», ha dichiarato a Politico Gregoire Roos, direttore del programma Europa della Chatham House.
«È un prezzo straordinariamente alto per cambiamenti relativamente moderati», ha osservato al New York Times Mikke Runge Olesen, dell’Istituto danese di studi internazionali. Secondo Olesen, l’accordo garantisce agli Stati Uniti miglioramenti moderati a fronte dei danni provocati dalle minacce di Trump nelle relazioni con la Danimarca e con l’intera Europa.
Di segno diverso la valutazione dell’ex ambasciatore americano in Polonia Daniel Fried, oggi analista dell’Atlantic Council, secondo il quale la firma dell’accordo offre a Washington qualcosa da presentare come una vittoria e, soprattutto, «permette agli Usa di fare marcia indietro dalle dannose e inutili minacce di aggressione».
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(con fonte AdnKronos)
