Salute
Chemsex e infezioni sessualmente trasmesse, l’allarme dei SerD: prevenzione ancora carente
Una survey nazionale FeDerSerD su 390 professionisti evidenzia lacune nell’assistenza: il 68,5% dei servizi non collabora formalmente con centri specializzati nelle Ist e il 37,4% non indaga il chemsex
Il chemsex resta poco indagato dai servizi per le dipendenze, mentre la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmesse e il collegamento con i centri specialistici presentano ancora carenze significative. È quanto emerge dalla survey nazionale di FeDerSerD sulle patologie infettive correlate al consumo di sostanze, presentata a Napoli durante il XV Congresso nazionale della Federazione italiana degli operatori dei dipartimenti e dei servizi delle dipendenze.
L’indagine, condotta tra maggio e luglio 2026 attraverso 390 questionari compilati da professionisti dei SerD di tutta Italia, prevalentemente medici, restituisce un quadro a due velocità: da una parte, competenze ormai consolidate nello screening delle patologie infettive; dall’altra, difficoltà nell’intercettare comportamenti a rischio emergenti e nel garantire percorsi coordinati di prevenzione, diagnosi e cura.
Il chemsex, cioè l’uso intenzionale di sostanze psicoattive per facilitare o prolungare i rapporti sessuali, è uno degli ambiti in cui le lacune risultano più evidenti.
Il 68,5% dei SerD senza collaborazioni formalizzate
Il primo nodo riguarda l’integrazione tra i servizi per le dipendenze e le strutture che si occupano di infezioni sessualmente trasmesse (Ist). Secondo i dati raccolti da FeDerSerD, il 68,5% dei SerD non dispone di collaborazioni formalizzate con i centri territoriali specializzati.
Anche l’approccio alla salute sessuale risulta disomogeneo: soltanto il 36,7% dei servizi utilizza un’anamnesi sessuale o un counselling strutturato, mentre oltre il 56% ne è sprovvisto.
Per la Federazione, si tratta di una criticità rilevante, perché le persone con disturbi da uso di sostanze possono essere esposte a diversi fattori di rischio infettivo e richiedono interventi calibrati sulle loro condizioni e necessità.
«I risultati della survey ci restituiscono un messaggio molto chiaro: non possiamo più considerare la salute sessuale e la prevenzione delle infezioni come aspetti secondari nel trattamento delle dipendenze», sottolinea Daniele Pini, dirigente medico, componente del Direttivo nazionale FeDerSerD e presidente di FeDerSerD Piemonte e Valle d’Aosta.
Il responsabile richiama anche le difficoltà organizzative con cui devono fare i conti i servizi, a partire dalla carenza di personale e dalle risorse limitate. La ricerca, spiega, è servita proprio a individuare non soltanto i progressi raggiunti, ma anche gli aspetti sui quali è necessario intervenire.
Chemsex, un fenomeno ancora sommerso
È soprattutto sul chemsex che la survey mette in luce una capacità di intervento ancora limitata. Soltanto circa un quarto dei servizi approfondisce il fenomeno, mentre il 37,4% non lo indaga affatto.
La conseguenza è il rischio di non riconoscere tempestivamente comportamenti potenzialmente pericolosi e di non indirizzare le persone verso interventi mirati. Tra gli ostacoli segnalati figurano la mancanza di formazione specifica degli operatori, lo stigma che accompagna alcuni comportamenti sessuali e l’assenza di reti assistenziali dedicate, anche in collaborazione con il terzo settore.
«Il chemsex è sicuramente un fenomeno sommerso, che riguarda una parte della popolazione relativamente ristretta», osserva Pini. Questo, tuttavia, non giustifica una minore attenzione da parte dei servizi. La necessità è cominciare a esplorare sistematicamente l’argomento durante i colloqui con i pazienti, così da comprendere la reale diffusione del fenomeno e valutare quali interventi siano necessari, soprattutto sul versante della prevenzione e della cura.
Per i SerD si tratta di un ambito relativamente nuovo. Per anni, ricorda Pini, l’attenzione si è concentrata su problematiche più consolidate, come l’Hiv. Nel frattempo, però, è cambiato anche il quadro epidemiologico delle infezioni associate alle dipendenze.
«Stiamo assistendo a un progressivo cambiamento: non ci sono più soltanto le infezioni tradizionalmente associate alla trasmissione per via endovenosa, perché spesso è la trasmissione sessuale a essere diventata più frequente», spiega. In questa evoluzione, aggiunge, «il chemsex rappresenta una problematica specifica che merita un’attenzione particolare».
Epatite C, lo screening non basta
Le difficoltà di coordinamento riguardano anche la gestione delle infezioni virali. Lo screening per l’epatite C è ormai ampiamente diffuso nei SerD, ma soltanto il 5,6% dei servizi dispone di un’organizzazione che consenta di gestire direttamente il trattamento farmacologico antivirale.
Nella maggior parte dei casi, i pazienti devono essere indirizzati a centri specialistici esterni. Il passaggio tra diagnosi e cura può così diventare un punto debole del percorso assistenziale, soprattutto quando intervengono ostacoli organizzativi, distanze dai centri, difficoltà nel mantenere l’adesione ai trattamenti e stigma sociale.
FeDerSerD indica quindi la necessità di rafforzare i servizi di prossimità, ampliare l’impiego dei test rapidi e sviluppare modelli di test and treat, che permettano di ridurre i tempi tra l’identificazione dell’infezione e l’avvio della terapia.
SerD, la sfida è ridurre le disuguaglianze territoriali
I risultati della ricerca sono stati presentati da Liliana Praticò, dell’Unità operativa complessa Dipendenze dell’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo, durante la sessione congressuale dedicata alle patologie infettive correlate alle dipendenze. Ai lavori ha partecipato anche Tullio Prestileo, dell’ospedale Civico di Palermo e membro del Comitato scientifico nazionale FeDerSerD, con un approfondimento sui percorsi integrati dalla prevenzione alla presa in carico.
Il punto centrale, secondo Pini, è rendere più omogenei gli interventi sul territorio nazionale. Accanto a servizi che hanno già sviluppato pratiche efficaci, permangono infatti realtà condizionate da difficoltà organizzative e dalla mancanza di risorse.
La Federazione chiede quindi di rafforzare la formazione, migliorare i collegamenti con le strutture specialistiche e valorizzare i SerD come parte integrante del sistema sanitario territoriale. L’obiettivo è raggiungere un numero maggiore di persone e rispondere ai bisogni di salute nel loro insieme, senza limitare la presa in carico al solo problema della dipendenza.
«La tutela della salute deve andare oltre la dipendenza da sostanze o da comportamenti e prevedere un’assistenza il più possibile ampia e complessiva», afferma Pini. «La dipendenza rappresenta il motivo iniziale dell’accesso al servizio, ma dietro quel problema c’è una persona nella sua interezza, con esigenze di salute che devono essere considerate nel loro insieme».
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(con fonte AdnKronos)

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