Primo Piano
Iran-Usa, Teheran alza la posta: vuole il controllo anche di Bab el-Mandeb
Gli alleati yemeniti minacciano una seconda rotta decisiva per il petrolio mentre il prezzo dell’energia torna a salire. Riad chiede l’intervento americano, ma Trump per ora frena
L’Iran cerca nell’escalation militare un nuovo margine di manovra nel confronto con gli Stati Uniti e Donald Trump. È una strategia che nasce da una posizione estremamente difficile per Teheran, sottoposto a una pesante pressione economica, ma che nelle ultime ore ha trovato un elemento di forza nell’azione degli Houthi, gli alleati yemeniti della Repubblica islamica.
Il punto centrale dello scontro riguarda le rotte energetiche. Lo Stretto di Hormuz, da mesi al centro della contrapposizione tra Iran e Stati Uniti, è affiancato ora dalla minaccia sul Bab el-Mandeb, il passaggio strategico all’imbocco del Mar Rosso controllato nella sua area dagli Houthi.
Secondo il New York Times, la combinazione delle due crisi sta restringendo le possibilità per l’esportazione del petrolio proveniente dal Medio Oriente e contribuendo alla crescita dei prezzi dell’energia. Alcuni Paesi vicini all’Iran potrebbero inoltre essere sul punto di riconoscere, in qualche forma, l’autorità di Teheran sullo Stretto di Hormuz.
Nell’ultima settimana, osserva il quotidiano statunitense, Iran e alleati hanno sfruttato l’escalation militare per mettere ulteriormente sotto pressione quel fragile equilibrio che ancora resisteva nella regione, soprattutto sul fronte yemenita. Il risultato, almeno per ora, sarebbe un rafforzamento della posizione negoziale iraniana nei confronti di Washington.
Trump, tuttavia, non sembra intenzionato a modificare la propria linea. «Abbiamo avuto delle discussioni. Gli Houthi ci hanno chiamato. Non vogliono che ce la prendiamo con loro», ha dichiarato il presidente americano. L’Arabia Saudita avrebbe chiesto per due volte un intervento degli Stati Uniti, senza ottenere una risposta positiva.
Trump ha inoltre escluso l’esistenza di tensioni con Riad, definendo il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman un suo «buon amico» e assicurando che «andrà tutto bene».
Nel frattempo, l’Arabia Saudita avrebbe deciso di agire autonomamente. Gli Houthi sostengono che Riad abbia condotto 129 attacchi aerei nelle ultime 48 ore contro le loro postazioni in Yemen, colpendo i governatorati di Taiz, Marib, Hodeidah, Al-Jawf, Saada, Amran e Hajjah. Secondo la stessa ricostruzione, negli attacchi sarebbero stati impiegati caccia F-15 e Typhoon, decollati dalle basi di Khamis Mushait e Taif.
Si tratta però di una ricostruzione fornita dagli stessi Houthi, che negano anche di avere avuto contatti con gli Stati Uniti.
La forza acquisita da Teheran attraverso i propri alleati non cancella comunque la fragilità della Repubblica islamica. Il New York Times sottolinea come l’Iran continui a subire una fortissima pressione economica, aggravata dal blocco navale statunitense dei porti meridionali e dall’inasprimento delle sanzioni, che contribuiscono all’isolamento internazionale del Paese.
Gli sviluppi militari degli ultimi giorni potrebbero però aver modificato, almeno temporaneamente, il rapporto di forza. Per Gregory Brew, analista senior dell’Eurasia Group, il successo degli Houthi in Yemen ha nuovamente spostato la bilancia verso Teheran. L’Iran, secondo l’analista, sarebbe riuscito a modificare lo status quo evitando al tempo stesso di trascinare il confronto in una guerra su vasta scala, eventualità che il regime non vorrebbe in questa fase.
Il rapporto tra Teheran e gli Houthi resta del resto complesso. L’Iran fornisce al gruppo armi, denaro e sostegno logistico, ma gli analisti escludono sia che gli Houthi siano semplicemente uno strumento della politica iraniana in Yemen sia che siano completamente indipendenti dall’influenza di Teheran.
A pesare sulle prospettive dello scontro è anche il prezzo del petrolio. Un’ulteriore impennata delle quotazioni potrebbe offrire all’Iran un nuovo strumento di pressione: l’aumento dei costi energetici rappresenta infatti un problema politico per Trump mentre gli Stati Uniti si avvicinano alle elezioni di Mid Term.
Per l’Arabia Saudita, intanto, la situazione è particolarmente delicata. Il principale esportatore mondiale di petrolio è diventato sempre più dipendente dalle rotte del Mar Rosso dopo la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran all’inizio della guerra.
A luglio gli Houthi hanno annunciato un blocco delle navi saudite, aprendo il fuoco contro alcune imbarcazioni in transito nel Mar Rosso e colpendo infrastrutture petrolifere del regno. Le esportazioni saudite di greggio sono così scese il mese scorso al livello più basso degli ultimi 13 anni.
A complicare ulteriormente il quadro è arrivato venerdì l’attacco con droni che ha provocato la temporanea chiusura di un oleodotto destinato a trasportare il petrolio verso i porti sauditi sul Mar Rosso. Il ministero dell’Energia saudita ha attribuito l’azione a un attacco proveniente dal territorio iracheno, senza però identificare i responsabili.
Riad in passato ha accusato milizie irachene sostenute dall’Iran di avere colpito le proprie infrastrutture energetiche. E sabato Trump ha affermato che l’Iran è «probabilmente» responsabile anche di questo episodio.
LE ULTIME NOTIZIE
(con fonte AdnKronos)
