Primo Piano
Iran-Stati Uniti, Trump senza via d’uscita sullo Stretto di Hormuz
Pressioni interne, minacce e aperture: la strategia americana non sblocca la crisi
Trump nel vicolo cieco con l’Iran sullo Stretto di Hormuz: la richiesta avanzata da Teheran di ottenere il controllo del passaggio marittimo e di riscuotere pagamenti per il transito ha chiuso, di fatto, ogni margine negoziale immediato. La Casa Bianca considera la proposta irricevibile, ma l’alternativa è la prosecuzione di uno scontro che rischia di estendersi su scala regionale.
Secondo Politico, che cita cinque ex funzionari dell’amministrazione, a Washington prevale una linea di crescente frustrazione. Concedere all’Iran un ruolo diretto sullo Stretto significherebbe accettare un precedente con effetti sul sistema delle sanzioni e sugli equilibri strategici nell’area. Al tempo stesso, l’assenza di un’intesa mantiene aperto il rischio di escalation.
Negli ultimi giorni Donald Trump ha alternato toni concilianti e minacce. In un intervento su Truth ha accusato la leadership iraniana di contraddizioni, sostenendo che chieda incontri per poi negarli pubblicamente. Ha inoltre rivendicato il controllo dello Stretto da parte della Marina statunitense, ribadendo che Teheran dovrà scegliere tra un accordo e la resa.
Sabato il presidente ha annunciato la sospensione di un attacco contro l’Iran, subordinandola alla possibilità di raggiungere rapidamente un’intesa per la riapertura del passaggio. La decisione è arrivata mentre circolavano indiscrezioni su nuovi raid contro infrastrutture energetiche iraniane. Da Teheran, però, non sono arrivati segnali di disponibilità a rinunciare alle proprie condizioni.
All’interno dell’amministrazione, il segretario di Stato Marco Rubio e altri esponenti escludono aperture sul punto centrale della trattativa. Riconoscere all’Iran il diritto di imporre pedaggi comporterebbe, secondo questa valutazione, un indebolimento della capacità statunitense di applicare sanzioni e una riduzione della pressione internazionale sul programma nucleare iraniano.
Le difficoltà sono aggravate anche dalla situazione interna iraniana. Alex Gray, già capo di gabinetto del Consiglio di sicurezza nazionale durante il primo mandato di Trump, osserva che Teheran si percepisce in una posizione di forza, fattore che irrigidisce la linea negoziale. A questo si aggiungono problemi di coordinamento tra le diverse componenti del sistema politico iraniano.
Il confronto si inserisce in una fase politicamente delicata per Washington, a tre mesi dalle elezioni di medio termine, mentre il prezzo della benzina registra un aumento rispetto al mese precedente. All’interno del Partito Repubblicano cresce la pressione per spostare l’attenzione sulle misure economiche approvate la scorsa estate, ma gli attacchi alle basi americane e le tensioni nel Golfo mantengono il conflitto al centro dell’agenda.
A complicare ulteriormente il quadro contribuisce l’attività degli Houthi in Yemen, sostenuti dall’Iran. Secondo Greg Priddy, già all’Energy Information Administration durante l’amministrazione Bush, si tratta di una strategia volta a indebolire la posizione americana. Una lettura che indica una crescente fiducia da parte di Teheran.
Diversa la posizione di Fred Fleitz, ex capo di gabinetto del Consiglio di Sicurezza Nazionale, secondo cui Trump non accetterà accordi ritenuti sfavorevoli in vista delle elezioni.
Una fonte vicina alla Casa Bianca citata da Politico ritiene improbabile una soluzione prima di novembre. Un elemento considerato nella strategia complessiva, senza essere ritenuto decisivo sul piano elettorale.
LE ULTIME NOTIZIE
(con fonte AdnKronos)
