Pratica Quotidiana
Eni proroga il price cap, ma il gasolio è aumentato di 65 centesimi da febbraio
Il tetto resta fissato a 2,25 euro al litro per il diesel e a 1,99 euro per la benzina. La misura viene confermata fino a fine anno, mentre il rincaro accumulato da febbraio pesa sugli automobilisti in modo super penalizzante
Il price cap di Eni resterà in vigore fino alla fine dell’anno, ma c’è un dato che pesa più degli annunci: da febbraio 2026 il gasolio è aumentato di 65 centesimi al litro. È su questo rincaro che si misura l’efficacia concreta dell’iniziativa, presentata dall’azienda come una forma di sostegno ai clienti in una fase di forte pressione sui costi energetici. Confermare un tetto ai prezzi non cancella, infatti, gli aumenti già accumulati né garantisce che il conto alla pompa torni a scendere. Film già visti nel corso degli anni: aumenta ai primi segni di crisi o di guerra e non scende mai più, anche se le quotazioni più avanti vanno in flessione. Su un pieno di 50 litri, l’aumento, a oggi, è stato di 32,50 €.
L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha annunciato la proroga della misura fino al 31 dicembre. Per ora, il limite resta fissato a 2,25 euro al litro per il gasolio e a 1,99 euro per la benzina, livelli comunicati all’inizio di ottobre. L’azienda continuerà tuttavia a monitorare l’andamento del mercato, le dinamiche dei prezzi e le forniture effettivamente disponibili, riservandosi di rivalutare il tetto nel corso del periodo.
«Confermiamo che manterremo il concetto di price cap fino a fine anno», ha dichiarato Descalzi in un colloquio con alcuni quotidiani. La proroga è stata confermata da un portavoce di Eni all’Adnkronos.
Il tetto ai prezzi e il rincaro che resta
Il punto critico è proprio la distanza tra la comunicazione aziendale e la spesa sostenuta dagli automobilisti. Il price cap viene presentato come uno strumento di protezione, ma il rincaro di 65 centesimi al litro del gasolio da febbraio 2026 racconta una realtà che l’annuncio della proroga, da solo, non modifica.
Il tetto stabilisce un prezzo massimo di vendita, non un prezzo obiettivo da raggiungere né un impegno a riportare il carburante ai livelli precedenti. E se il limite può essere rivisto in funzione delle condizioni di mercato, resta da capire quale beneficio concreto possa aspettarsi chi ogni giorno deve fare rifornimento per lavorare o spostarsi.
È qui che il messaggio di Eni rischia di trasformarsi in un’operazione soprattutto promozionale: la misura viene rilanciata e accompagnata da dichiarazioni sulla responsabilità sociale dell’impresa, mentre il dato centrale per i consumatori resta il costo effettivo del pieno. Senza un confronto chiaro tra i prezzi applicati prima e dopo l’introduzione del tetto, la proroga rischia di avere più forza sul piano della comunicazione che su quello del sollievo economico.
Eni rivendica la responsabilità sociale
Francesco Gattei, Chief Transition & Financial Officer di Eni, ha difeso la scelta durante la conference call con gli investitori sui conti del terzo trimestre 2026, richiamando il ruolo sociale dell’azienda.
«Per noi fare impresa significa gestire una strategia volta a perseguire un valore sostenibile e a lungo termine. Crediamo che le aziende abbiano una responsabilità sociale, non possiamo vivere in una sorta di bolla al di fuori del mondo reale», ha affermato.
Gattei ha quindi spiegato che sostenere i clienti è una priorità per un’impresa che opera in un settore essenziale come quello dell’energia. Il limite, ha precisato, sarà rivalutato periodicamente. Nelle attuali condizioni di mercato, ipotizzando il mantenimento dei livelli osservati finora, l’impatto economico della misura dovrebbe attestarsi nell’ordine di alcune centinaia di milioni di euro a trimestre.
Una cifra significativa per i conti aziendali, ma che non risponde da sola alla domanda che interessa chi acquista carburante: quanto risparmia effettivamente rispetto a quanto avrebbe pagato senza il price cap? È questo il confronto che consentirebbe di valutare la portata reale dell’iniziativa, al di là degli annunci.
Autotrasportatori in protesta, le opposizioni attaccano il governo
Intanto, la protesta degli autotrasportatori continua a mettere sotto pressione il Mezzogiorno. I presidenti dei gruppi di opposizione al Senato — Francesco Boccia del Pd, Luca Pirondini del M5S, Peppe De Cristofaro di Avs e Raffaella Paita di Italia Viva — hanno scritto al presidente del Senato Ignazio La Russa per chiedere di calendarizzare con urgenza le comunicazioni del ministro dei Trasporti Matteo Salvini.
Secondo i firmatari, il decreto-legge appena approvato dal governo non offre una risposta adeguata alla crisi. Le risorse aggiuntive, sostengono, arrivano dopo settimane di rincari e mobilitazioni, mentre la nuova copertura del credito d’imposta si ferma al 5 ottobre, nonostante i costi continuino a crescere.
La possibilità di utilizzare i crediti fiscali anche nel 2027, proseguono, non risolve le necessità immediate delle imprese, che devono pagare carburante, personale e rate dei mezzi. Restano inoltre senza una risposta convincente la sostenibilità delle tariffe e le prospettive di rinnovo del parco veicoli.
I senatori riconoscono le conseguenze dei blocchi sulla vita dei cittadini, sulle attività produttive e sui servizi essenziali, ma avvertono che il richiamo all’ordine pubblico non può sostituire una risposta alle ragioni della protesta.
Nel mirino anche la scelta di Salvini di condurre il confronto dalla Prefettura di Milano, mentre le difficoltà investono direttamente Campania, Puglia, Calabria, Basilicata, Molise e Sicilia. Una distanza tra il luogo del confronto istituzionale e i territori colpiti che le opposizioni considerano emblematica della gestione della crisi.
(con fonte AdnKronos)
