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Pietracatella, veleno ricina 140 volte oltre la dose letale: si rafforza ipotesi omicidio
Le autopsie sulle due vittime ridimensionano di molto la possibilità di un’ingestione accidentale dei semi di ricina, ipotesi emersa nelle ultime ore
Nel giallo di Pietracatella perde consistenza l’ipotesi che Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita possano avere assunto accidentalmente la ricina. I reperti biologici esaminati nell’ambito delle autopsie avrebbero infatti evidenziato una quantità di veleno pari a 140 volte la dose minima letale. Un dato che, secondo fonti vicine alle indagini, rafforzerebbe la pista dell’omicidio.
La quantità di ricina rilevata nelle due vittime renderebbe dunque difficilmente compatibile con un’assunzione casuale l’avvelenamento che ne ha provocato la morte. Risultati degli esami e testimonianze raccolte finora spingerebbero gli investigatori verso l’ipotesi che il veleno sia stato somministrato da una terza persona.
Proprio l’eventualità di un’ingestione accidentale era tornata al centro dell’attenzione nelle ultime ore. Ieri Benedetta De Luca, l’anatomopatologa che ha eseguito l’autopsia, aveva chiarito che la causa della morte è riconducibile all’avvelenamento da ricina, ma che l’esame autoptico, da solo, non può stabilire con certezza le modalità dell’assunzione.
«La causa della morte è sicuramente l’avvelenamento da ricina, ma l’autopsia non può determinare quello che è successo, ovvero l’ingestione accidentale, o la somministrazione da parte di terze persone», aveva spiegato De Luca, dopo una dichiarazione analoga del professor Locatelli.
Il mistero dei semi di ricina
La stessa anatomopatologa, intervistata dall’emittente locale Telemolise, non aveva escluso la possibilità che Antonella e Sara potessero avere ingerito accidentalmente semi di ricina.
Un elemento emerso dagli esami riguarda proprio il contenuto dello stomaco. «Nello stomaco delle due vittime non abbiamo individuato nessun residuo alimentare, ma solo sangue», aveva riferito De Luca.
Secondo quanto spiegato dalla specialista, prima di morire entrambe le donne avevano infatti vomitato ripetutamente. L’assenza di residui alimentari nello stomaco non consente quindi, da sola, di stabilire come la ricina sia stata assunta.
I nuovi riscontri sulle quantità di veleno rilevate nei reperti biologici rappresentano però un elemento che, secondo le fonti vicine all’inchiesta, rende ora meno consistente la pista dell’ingestione accidentale e rafforza quella dell’avvelenamento provocato da terzi.
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(con fonte AdnKronos)

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