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Dai data center russi ai social europei: il mistero dei bot dopo gli attacchi a Yandex
Calenda parla di un sistema di propaganda che alimenta le divisioni, ma le verifiche su AfD, MAGA e Tucker Carlson non confermano un crollo generalizzato. Resta aperto il problema dell’architettura digitale
Per qualche giorno, dopo gli attacchi ucraini ai data center di Yandex, i social network sono sembrati meno aggressivi. Meno provocazioni politiche, meno commenti divisivi, meno interventi apparentemente automatizzati a sostegno delle posizioni filorusse. Una sensazione raccontata da diversi utenti e ripresa da politici e commentatori in Europa e negli Stati Uniti, fino a trasformarsi nell’ipotesi che i droni di Kiev avessero colpito anche una parte della macchina propagandistica del Cremlino.
A dare forza a questa lettura è stato un dato di Cloudflare, la società che gestisce una parte rilevante del traffico web: il traffico automatico proveniente dalla rete di Yandex, il principale motore di ricerca russo e l’equivalente locale di Google, sarebbe diminuito del 94%.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rilanciato il tema il 12 ottobre, durante il Warsaw Security Forum. Parlando dei cambiamenti percepiti sui social, ha osservato che sembrava diventato più facile respirare in un ambiente digitale improvvisamente meno carico di odio, divisioni e provocazioni.
Il problema è che il crollo del traffico automatico non dimostra, da solo, una riduzione delle campagne di disinformazione russe. Il dato tecnico è reale secondo le rilevazioni citate, ma il collegamento con le reti di influenza politica resta da dimostrare. E le prime verifiche indipendenti non confermano l’idea di un collasso generalizzato dei contenuti filorussi o riconducibili ad altri movimenti politici.
Gli attacchi ai data center di Yandex
Tra l’8 e l’11 ottobre, droni ucraini hanno colpito tre data center di Yandex nelle regioni russe di Ryazan, Kaluga e Vladimir. Gli attacchi hanno provocato pesanti interruzioni dei servizi digitali, con conseguenze su pagamenti, taxi, applicazioni aziendali e servizi cloud.
Il centro di Sasovo ospita inoltre due dei tre supercomputer utilizzati da Yandex per sviluppare i propri modelli di intelligenza artificiale. Non è chiaro, tuttavia, se anche queste apparecchiature siano state danneggiate.
Gli episodi hanno messo in evidenza la vulnerabilità di un ecosistema tecnologico fortemente concentrato. Quando una singola azienda sostiene una parte consistente dell’infrastruttura digitale di un Paese, un attacco ai suoi sistemi può produrre conseguenze che vanno ben oltre il servizio direttamente colpito.
È soprattutto il dato diffuso da Cloudflare Radar ad aver alimentato le interpretazioni più ambiziose. Ma la parola bot comprende attività molto diverse: dagli account automatizzati che pubblicano commenti sui social ai software utilizzati per inviare spam, fino ai crawler, programmi che esplorano le pagine web per consentire ai motori di ricerca di indicizzarle.
Il traffico misurato da Cloudflare riguarda principalmente quest’ultima categoria. La sua diminuzione non equivale quindi alla scomparsa dei profili filorussi su X, Facebook o Telegram, né dimostra che le operazioni di propaganda siano state interrotte. Eventuali effetti indiretti restano possibili, ma richiedono verifiche specifiche.
Calenda: «Metà di quello che leggiamo online sono bot»
In Italia il caso è stato rilanciato da Carlo Calenda, leader di Azione, che ha interpretato il calo delle attività online come un segnale della portata delle campagne di manipolazione.
«Mentre ridiamo di Trump che vuole ribattezzare un oceano col suo nome e aspettiamo divertiti l’ultima diretta Vannacci-Corona, scopriamo che dopo l’attacco ad un data center russo, sui social crollano di oltre il 50% i post pro AfD, pro MAGA, contro gli ucraini, pro-brexit et simili. Metà di quello che leggiamo online sono bot. Messi lì da chi vuole distruggere l’Europa», ha scritto su X.
Calenda ha quindi sostenuto che l’Europa abbia le risorse per reagire, ma che manchi la consapevolezza della portata del problema: «Il problema non è che non possiamo difenderci. Siamo la seconda o terza potenza al mondo. Il problema è che non ce ne accorgiamo. È arrivato il momento di reagire. Perché nessuno lo farà al posto nostro».
Più prudente la posizione di Walter Quattrociocchi, professore di Informatica alla Sapienza di Roma e studioso dei fenomeni di disinformazione e polarizzazione. In un intervento su LinkedIn, il ricercatore ha invitato a non confondere la contrazione del traffico automatico con un eventuale collasso delle operazioni di influenza, per il quale al momento mancano prove.
Quattrociocchi suggerisce tuttavia di considerare l’episodio come un possibile esperimento naturale: osservare come reagisce l’ecosistema informativo quando una parte delle infrastrutture da cui dipende viene improvvisamente meno.
Le verifiche su AfD, MAGA e Tucker Carlson
Le prime analisi indipendenti hanno ridimensionato l’entusiasmo iniziale. Valdemar Osted, analista della società danese Common Consultancy, ha esaminato i commenti su Facebook ai post di 76 politici di AfD e di 136 account collegati al movimento MAGA.
La ricerca non ha rilevato un crollo delle interazioni. Dopo aver corretto i dati per l’orario di pubblicazione e l’anzianità dei post, le variazioni sono rimaste comprese tra il -8% e il +5% per AfD e tra il +4% e il +10% per MAGA. Oscillazioni considerate ordinarie.
Lo stesso analista invita però a non generalizzare il risultato: l’esame riguarda una sola piattaforma e un periodo limitato a pochi giorni. Non permette quindi di trarre conclusioni definitive sull’insieme delle reti di influenza.
Su X è circolato anche un grafico secondo cui le visualizzazioni dei contenuti del giornalista americano Tucker Carlson sarebbero diminuite del 71% dopo gli attacchi. Carlson, noto per aver intervistato Vladimir Putin e per il suo rapporto con il mondo MAGA, ha assunto nel tempo posizioni anche critiche nei confronti di Trump.
Il confronto, tuttavia, presentava un limite metodologico decisivo: metteva a paragone sette post precedenti agli attacchi con quattro successivi, pubblicati in momenti diversi. I contenuti più recenti avevano avuto meno tempo per accumulare visualizzazioni. In queste condizioni, il calo non può essere attribuito agli attacchi ucraini ai data center.
Anche Amil Khan, amministratore delegato di Valent, società che monitora decine di reti di disinformazione a livello globale, ha dichiarato al Guardian di non aver rilevato cambiamenti riconoscibili nei volumi dei contenuti pubblicati.
Ancora più netta la valutazione di Lukasz Olejnik, ricercatore di cybersecurity al King’s College di Londra e autore di studi sulla guerra informativa. Su X ha definito la tesi del collasso dei bot «una convinzione sbagliata e pericolosa».
Le operazioni di influenza, ha spiegato, possono utilizzare proxy, dispositivi compromessi e infrastrutture cloud occidentali. Non dipendono quindi esclusivamente dai sistemi di Yandex e possono continuare anche quando una parte della rete russa è fuori servizio.
Raccontare che i bot siano improvvisamente diventati silenziosi rischia, secondo Olejnik, di produrre a sua volta disinformazione: potrebbe indurre a credere che la minaccia sia scomparsa mentre le attività di manipolazione proseguono attraverso altre infrastrutture.
Il problema va oltre la propaganda russa
La questione sollevata da Quattrociocchi riguarda un sistema più ampio. Il professore è tra gli autori di Fractured Reality: How democracy can win the global struggle over the information space, rapporto pubblicato nell’aprile 2026 dal Joint Research Centre della Commissione europea.
Lo studio sostiene che la disinformazione non possa essere contrastata soltanto individuando le notizie false e gli attori che le diffondono. Una parte del problema riguarda l’architettura stessa dell’ambiente digitale: gli algoritmi e i modelli economici delle piattaforme tendono a premiare i contenuti capaci di catturare l’attenzione, spesso quelli più emotivi e divisivi.
Le operazioni di influenza straniere possono sfruttare questi meccanismi senza averli necessariamente creati. La manipolazione si appoggia a un’infrastruttura che comprende data center, account automatizzati, sistemi di raccomandazione, servizi cloud e intelligenza artificiale generativa.
Gli attacchi a Yandex mostrano quanto questa rete sia strategica e quanto un’interruzione tecnica possa ripercuotersi su servizi essenziali. Non dimostrano, però, che siano state spente le fabbriche di propaganda online.
Per stabilire se gli attacchi abbiano davvero interrotto specifiche campagne di influenza serviranno analisi delle reti coinvolte e prove che colleghino le attività sospette alle infrastrutture colpite. Un dato sul traffico, da solo, non basta a dimostrare un rapporto causale.
Resta infine la domanda posta da Quattrociocchi: quale ambiente informativo è stato costruito se i contenuti che riescono più facilmente a catturare l’attenzione sono spesso quelli che alimentano il conflitto? È una questione che rimarrebbe aperta anche se tutte le fabbriche di troll russe smettessero di funzionare.
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(con fonte AdnKronos)

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