Primo Piano
Trump promette 5mila dollari agli americani: il costo sarebbe di 1.200 miliardi
La nuova sparata del tycoon. Il “Trump dividend” scatterebbe se i Repubblicani manterranno il controllo del Congresso. Ma il presidente non ha spiegato come finanziare l’operazione
Cinquemila dollari per ogni americano adulto, ma soltanto se alle elezioni di medio termine il Partito repubblicano manterrà il controllo del Congresso. È la nuova promessa di Donald Trump, che alla convention del GOP a Dallas ha battezzato l’operazione “Trump dividend”. Una misura che, considerando circa 240 milioni di adulti, avrebbe un costo complessivo di 1.200 miliardi di dollari per le casse federali.
La proposta arriva mentre gli Stati Uniti devono fare i conti con un deficit annuale vicino ai 2mila miliardi di dollari e con un debito nazionale che ha recentemente superato quota 40mila miliardi. Da qui i dubbi sollevati nelle ore successive all’annuncio anche dalla stampa conservatrice americana: nel suo intervento Trump non ha spiegato con quali risorse intenda finanziare i pagamenti.
Il presidente ha presentato il progetto richiamando il concetto di dividendo distribuito dalle società che producono profitti. Secondo Trump, la forza ritrovata dall’economia americana grazie alle sue politiche consentirebbe di restituire una parte di questa ricchezza ai cittadini.
Il paragone, però, non convince gli esperti. Marc Goldwein, direttore del Committee for a Responsible Federal Budget, ha osservato che una società distribuisce dividendi quando dispone di un surplus, mentre il governo federale continua ad accumulare un disavanzo annuale di quasi 2mila miliardi.
Il nodo del Congresso
C’è poi una questione istituzionale. La Costituzione americana attribuisce al Congresso l’autorità sul finanziamento della spesa federale. Per questo, secondo John Day, ex procuratore del New Mexico citato dal New York Times, Trump non potrebbe semplicemente ordinare con un provvedimento esecutivo l’emissione degli assegni.
La promessa presidenziale avrebbe quindi bisogno di passare attraverso il Congresso. Un elemento tutt’altro che secondario, soprattutto perché il “Trump dividend” è stato presentato dallo stesso presidente come una ricompensa che arriverebbe in caso di vittoria repubblicana alle elezioni di novembre.
Trump ha collegato la proposta anche a un precedente: i 1.776 dollari distribuiti ai membri delle forze armate e definiti allora “warrior dividend”. Si trattava però di un’operazione finanziata con risorse già presenti nel bilancio del Pentagono e approvate dal Congresso.
Vance difende il piano, ma introduce un limite
A provare a chiarire la provenienza delle risorse è stato JD Vance. Intervistato da Fox News dopo il discorso di Trump, il vicepresidente ha difeso l’idea sostenendo che i dividendi deriverebbero dagli introiti ottenuti attraverso i dazi.
Nella stessa occasione, tuttavia, Vance ha indicato che gli assegni non sarebbero destinati agli americani più benestanti. Una precisazione che introduce un elemento nuovo rispetto alla formulazione utilizzata da Trump e lascia aperta la questione dei criteri con cui verrebbero individuati i beneficiari.
Il presidente aveva già avanzato una proposta simile lo scorso anno, quando aveva ipotizzato 2mila dollari di rimborsi fiscali aggiuntivi per i contribuenti americani, da finanziare con i proventi dei dazi. Anche quella misura non aveva ottenuto l’approvazione del Congresso, nonostante fosse controllato dai Repubblicani.
La promessa legata al voto
Resta infine il tema politico. Trump ha subordinato esplicitamente il “Trump dividend” alla vittoria del GOP alle elezioni di medio termine, alimentando interrogativi sulla natura elettorale dell’annuncio.
Le leggi federali vietano le condotte che possono configurare una compravendita di voti. Gli esperti legali consultati dal New York Times ritengono però difficile sostenere che una simile promessa possa essere considerata, di per sé, un acquisto di voti.
John Day distingue infatti tra una tangente e una promessa elettorale: «La promessa di abbassare le tasse fornisce ragioni finanziarie per sostenere un candidato, ma questo non fa della promessa in sé una tangente». Il punto, nella sua interpretazione, è che una misura di questo tipo produrrebbe un beneficio per gli americani indipendentemente dalla scelta espressa alle urne.
Foto creata con l’IA Grok
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