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Houthi, nuova offensiva contro Arabia Saudita. Pentagono conferma carenza munizioni Usa
Decine di missili e droni contro obiettivi sauditi, mentre Riad valuta la risposta all’avanzata dei ribelli lungo la costa yemenita. Il Pentagono ammette una carenza di munizioni
La tensione tra gli Houthi yemeniti e l’Arabia Saudita torna a salire con una nuova ondata di attacchi contro il territorio saudita. I ribelli filo-iraniani hanno lanciato missili e droni contro diversi obiettivi mentre Riad valuta come reagire alla rapida avanzata delle forze Houthi lungo la costa occidentale dello Yemen, sul Mar Rosso.
Il bilancio diffuso dalla coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita è di 13 civili feriti. Gli attacchi hanno interessato le città di Khamis Mushait, Abha e Taif e, secondo le autorità saudite, hanno provocato danni a sette abitazioni e a due veicoli.
Gli Houthi hanno rivendicato il lancio di decine di missili e droni contro la base aerea di Khamis Mushait. Secondo la loro versione, gli attacchi erano diretti contro hangar, radar, piste e depositi di munizioni.
Riad: «Tutte le misure necessarie»
L’escalation viene considerata dall’Arabia Saudita una minaccia diretta alla propria sovranità e alla sicurezza della popolazione.
Il portavoce della coalizione saudita, il generale Turki al-Maliki, ha annunciato che le forze militari adotteranno «tutte le misure operative necessarie» per fermare gli attacchi.
La nuova offensiva arriva mentre Riad segue con attenzione l’avanzata degli Houthi sulla fascia occidentale dello Yemen, in una zona strategica affacciata sul Mar Rosso. La risposta saudita resta al momento da definire.
Il Pentagono ammette: carenza di munizioni
Sul fronte americano, intanto, emerge un elemento che potrebbe avere conseguenze sulla capacità militare degli Stati Uniti nella regione. Un rapporto dell’Ispettore generale del Pentagono pubblicato ieri riconosce infatti una carenza di munizioni legata alla guerra contro l’Iran, dopo mesi nei quali l’amministrazione Trump aveva respinto o minimizzato le indiscrezioni sulla riduzione delle scorte.
Secondo il documento, tra il 28 febbraio e il 30 giugno l’operazione «Furia Epica» contro l’Iran ha avuto un costo di circa 33,4 miliardi di dollari, dei quali 22,3 miliardi destinati esclusivamente alle munizioni impiegate.
Il rapporto rileva che il consumo registrato durante l’operazione ha prodotto una riduzione degli inventari strategici e messo in evidenza alcuni colli di bottiglia nella capacità dell’industria di rifornire rapidamente le scorte.
Il Pentagono indica tuttavia anche le iniziative adottate dal ministero per aumentare e accelerare la produzione di munizioni.
Le smentite di Trump sulle scorte
La questione delle disponibilità americane era emersa già nei mesi scorsi. A giugno, alcune notizie di stampa avevano riferito di un presunto razionamento dei missili statunitensi, soprattutto degli intercettori. L’amministrazione aveva negato l’esistenza di una simile politica.
Lo stesso Donald Trump aveva sostenuto che gli Stati Uniti disponevano di «enormi quantità di munizioni». All’inizio di settembre il presidente aveva ribadito il concetto, parlando di quantità «praticamente illimitate».
Secondo quanto riferito dalla stampa, la riduzione delle scorte avrebbe tuttavia contribuito alla decisione di Trump di non riprendere durante l’estate una nuova campagna di attacchi su larga scala contro Teheran.
I danni alle basi americane nel Golfo
Il rapporto del Pentagono fotografa inoltre gli effetti degli attacchi iraniani sulle strutture militari statunitensi nella regione.
Nonostante l’impiego massiccio di sistemi intercettori, gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto centinaia di edifici e installazioni nelle basi americane in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania.
Il documento, relativo al periodo compreso tra aprile e giugno 2026, riporta anche i danni subiti dalla flotta. Risultano quattro F-15 distrutti, un F-35 danneggiato, sette aerei cisterna KC-135 danneggiati o distrutti e fino a 30 droni d’attacco MQ-9 Reaper distrutti, oltre ad altri mezzi e sistemi colpiti.
Il rapporto stima inoltre in oltre 50.000 i militari americani coinvolti nella guerra nel Golfo, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi israelo-americani contro l’Iran.
Le ritorsioni iraniane e quelle dei suoi alleati hanno provocato danni anche a edifici diplomatici statunitensi in quattro Paesi: Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
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(con fonte AdnKronos)
