Primo Piano
Corea del Sud, possibile missione militare a Hormuz: Trump fa pressione
Seul smentisce che sia già stato deciso un dispiegamento, ma ammette che la questione è sul tavolo. Tra le ipotesi anche un P-8 Poseidon, una nave logistica e un’unità di artificieri
La Corea del Sud potrebbe contribuire alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, ma per il momento non esiste alcuna decisione definitiva sul dispiegamento di forze militari. La presidenza di Seul conferma che l’ipotesi è allo studio insieme ad altre opzioni, mentre sul governo di Lee Jae Myung aumenta la pressione degli Stati Uniti.
A riferirlo è stata l’agenzia sudcoreana Yonhap, dopo le indiscrezioni secondo cui Seul starebbe valutando un contributo alla sicurezza delle rotte marittime nell’area e starebbe esaminando anche l’iter necessario per sottoporre un eventuale dispiegamento al Parlamento.
Un funzionario della presidenza sudcoreana ha spiegato che, prima di qualunque decisione, occorre verificare la possibilità di intervenire senza compromettere il livello di prontezza operativa della Corea del Sud nella penisola e nel rispetto delle procedure previste dalla legge.
Le opzioni sul tavolo
Tra le ipotesi circolate sui media sudcoreani c’è quella dell’impiego di un aereo P-8 Poseidon e di una nave di supporto logistico. Secondo la Sbs, tra le unità che Seul starebbe valutando ci sarebbe anche un reparto di artificieri.
Il possibile contributo, però, non sarebbe necessariamente legato a un’operazione di combattimento. È proprio questo il punto sottolineato dalla presidenza: parlare di dispiegamento militare non significa automaticamente inviare soldati a combattere.
«Quando si sente dire dispiegamento di truppe si tende ad associarlo al combattimento, ma non è necessariamente così», ha osservato il funzionario citato dai media locali.
L’eventuale missione richiederebbe comunque una serie di passaggi istituzionali, dal via libera del Consiglio per la sicurezza nazionale fino all’approvazione parlamentare.
La pressione di Trump su Seul
La questione arriva in un momento difficile nei rapporti tra Corea del Sud e Stati Uniti. Donald Trump ha intensificato nelle ultime settimane le pressioni su Seul, criticando il contributo sudcoreano all’alleanza e chiedendo maggiore sostegno alla campagna americana contro l’Iran.
Il presidente statunitense ha inoltre accusato la Corea del Sud di aver respinto alcune sue richieste e ha contestato la riduzione della durata delle esercitazioni militari congiunte, collegandola anche all’«ottimo rapporto» con il leader nordcoreano Kim Jong Un.
Da Seul, tuttavia, la linea resta prudente. Il funzionario della presidenza ha spiegato che un contributo potrebbe essere possibile nella misura in cui non comprometta la prontezza militare necessaria a garantire la difesa della penisola.
L’ufficio presidenziale ha anche respinto le ricostruzioni secondo cui il dossier di Hormuz sarebbe già collegato a una decisione definita. Anche al Guardian è stato ribadito che alcune notizie diffuse sul possibile dispiegamento erano «diverse dai fatti» e che «nulla è stato deciso», pur confermando che una valutazione è in corso.
Hormuz e i negoziati con Washington
L’altro dossier sul quale si concentra l’attenzione è quello dei rapporti economici con gli Stati Uniti.
La presidenza sudcoreana ha ammesso che i negoziati con Washington non stanno andando bene e che sul tavolo restano anche i semiconduttori. Lo scorso anno, nel pieno dell’escalation sui dazi, i due Paesi avevano raggiunto un accordo commerciale che prevedeva un piano di investimenti da 350 miliardi di dollari negli Stati Uniti e che comprendeva anche il settore dei chip.
La scorsa settimana, però, il segretario al Commercio statunitense Howard Lutnick ha annunciato un piano dell’amministrazione Trump per imporre nuove tariffe.
La presidenza sudcoreana ha negato che il dossier Hormuz stia bloccando direttamente i negoziati su questi temi, ma ha contemporaneamente riconosciuto che le trattative attraversano una fase difficile.
Il precedente del 2020
La possibilità di un impegno sudcoreano nell’area non sarebbe comunque del tutto nuova.
Nel 2020, quando alla presidenza c’era Moon Jae-in, il governo scelse di ampliare il mandato di un’unità impegnata nella lotta alla pirateria e già dispiegata nel Golfo di Aden, così da estenderne l’operatività fino a Hormuz, evitando il passaggio parlamentare necessario per un nuovo dispiegamento.
Lo Stretto rappresenta infatti un punto particolarmente sensibile per Seul. La Corea del Sud dipende dal Medio Oriente per una parte consistente delle proprie forniture energetiche: secondo i dati citati nei mesi scorsi dal Wall Street Journal, da quell’area arriverebbe circa il 70% del greggio importato dal Paese e circa un terzo del Gnl.
La missione potrebbe coinvolgere circa 150 militari
Secondo il South China Morning Post, una delle ipotesi sul tavolo prevede un possibile accordo con Washington per il dispiegamento, entro poche settimane, di circa 150 soldati.
Kim Yeol-soo, ricercatore del Korea Institute for Military Affairs citato dal giornale, ha però osservato che Seul dovrebbe chiarire a Teheran la natura della missione per evitare che la Corea del Sud venga considerata parte di un’azione diretta contro l’Iran.
L’obiettivo, secondo questa impostazione, dovrebbe essere presentato come la tutela della libertà di navigazione e della pace, non come un’operazione destinata a contrastare militarmente Teheran.
Il difficile equilibrio di Lee Jae Myung
Sulla presidenza di Lee Jae Myung si concentrano quindi pressioni provenienti da più direzioni.
Doo Jin-ho, ricercatore dell’Institute for Far Eastern Studies, ha ricordato che il tema di un eventuale contributo sudcoreano a Hormuz era già emerso durante le consultazioni del Korea-U.S. Integrated Defense Dialogue dello scorso maggio. Secondo la sua lettura, Washington avrebbe posto particolare attenzione proprio alla libertà di navigazione nello Stretto.
Il prossimo round di consultazioni è atteso entro la fine dell’anno, mentre prima Lee dovrebbe recarsi negli Stati Uniti per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Per Doo, però, il problema non riguarda soltanto la sicurezza. I negoziati sui principali dossier tra Seul e Washington appaiono in difficoltà e, secondo la sua valutazione, un contributo a Hormuz potrebbe diventare uno degli strumenti attraverso i quali ricucire il rapporto con gli Stati Uniti.
Una lettura simile viene da Shin Beom-chul, ricercatore del Sejong Institute, secondo cui il governo sudcoreano potrebbe utilizzare un eventuale dispiegamento come occasione per rafforzare i rapporti con Washington, soprattutto mentre gli Stati Uniti potrebbero cercare un dialogo con la Corea del Nord anche senza coinvolgere direttamente Seul.
Per Lee Jae Myung la scelta resta dunque aperta: Hormuz è ancora un’opzione allo studio, non una missione già decisa, ma il dossier rischia di diventare uno dei passaggi più delicati nei rapporti tra la Corea del Sud e l’amministrazione Trump.
LE ULTIME NOTIZIE
(con fonte AdnKronos)
